Laura Conti.
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Cecilia e le streghe.
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Collezione I coralli.           
1963 Giulio Einaudi Editore, TORINO.

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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Una semplice donna del popolo d'una nostra civilissima provincia apprende, dopo molte tribolazioni ospedaliere, d'essere affetta da un male inguaribile. Lascia casa e marito, prende con s la bambina e parte per Milano, per farsi ricoverare nella clinica di uno specialista famoso. Ma  met d'agosto, il professore  in vacanza, Milano  deserta. La donna che sa di avere pochi mesi di vita davanti a s, e la bambina cui ogni diversivo appare come un gioco, si fermano ad aspettare nella citt afosa.
Casualmente, s'imbatte in loro un'altra donna:  dottoressa in medicina e la sua attenzione per il prossimo  al tempo stesso razionale e affettiva. Nasce tra queste due donne quanto mai dissimili qualcosa che  pi un'amicizia che un rapporto professionale tra medico e paziente: ma  anche, per la dottoressa un'occasione per riflettere sulla malattia, sulla scienza, sulla medicina, sul valore della vita individuale e della morte, e, per Cecilia, un anello nuovo del suo ostinato, mai passivo, anzi oscuramente astuto e tergiversante legame con l'esistenza.
Perch Cecilia, arrivata a Milano come un relitto alla deriva, tergiversa col male cos come la morte tergiversa con lei. "In Cecilia e le streghe cos ha dichiarato l'autrice mi  piaciuto di togliere l'ammalato alla concezione comune che di lui si ha, come di una persona senza pi possibilit di vivere storia, di fare storia, ma solo morire". E davvero, in questo susseguirsi di rinvii che la morte concede a Cecilia, si concentra una inaspettata densit di storia. Attraverso il fitto dialogo di riflessioni che il racconto muove, l'interesse de! lettore gravita sempre pi verso l'esito della vicenda: una imprevedibile situazione di suspense porter ad una rivelazione che apre un nuovo incubo.

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L'AUTRICE.
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Questo  il primo romanzo di Laura Conti nota fino ad oggi in campi diversi dalla letteratura: medico, studiosa di problemi d'organizzazione sanitaria, impegnata nella vita politica, eletta al Consiglio Comunale Milano, autrice, inoltre, di lavori di ricerca storica sulla Resistenza (cui prese par giovanissima, prima d'essere arrestata e deportata dai tedeschi).
Laura Conti narra in questo suo primo romanzo un episodio della sua vita di medico. "Mi  piaciuto scrive togliere l'ammalato alla concezione comune che di lui si ha, come di una persona senza pi possibilit di vivere storia, di fare storia, ma solo di morire".
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Cecilia e le streghe.
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Credetti che la strada di Cecilia e la mia strada si incontrassero, in quella sera solitaria di mezz'agosto, ma non era vero: e quel che mi aveva affascinata in Cecilia, bench io non lo sapessi, era il suo procedere inarrestabile lungo le vie di un destino non solo imposto, ma imposto e scelto insieme. Imposto dall'interno e dall'esterno, dalle cellule maligne che si moltiplicavano anarchiche nei suoi tessuti, infiltrando, invadendo, uccidendo; e dal mondo esterno che stringeva intorno a Cecilia maligne e cicche barriere filistee; ma insieme scelto dall'interno, dai suoi pensieri e dai suoi gusti e dai suoi sentimenti e dalle sue volont. Ora lo so, e so che non avrei potuto in alcun modo entrare nel gioco di cos complicate determinazioni, un gioco duro e stretto, rapido sul filo di un margine esiguo di vita...

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1.
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Degli interstizi tra le griglie di persiana, quelli ad altezza dei miei occhi mi rivelano strisce di un cielo pallido, di caldo e delicato vapore: delicate ed evanescenti l in fondo a sinistra le guglie del Duomo, grigioperlato su biancogrigio: e ancora non s' acceso, al loro fianco l'occhio vermiglio intermittente di Torre Velasca. Quando si accender sar sera; per ora non  giunta che al crepuscolo, la stanca deserta giornata di mezz'agosto.
Ma dagli interstizi pi bassi si vede il verde cupo degli ippocastani nel largo viale: fermo nell'aria ferma; e al di l di quel verde, sullo sfondo di porte chiuse e finestre chiuse le villette di periferia, eguali e meschine, abbandonate dai loro abitanti per due settimane di villeggiatura, e appena un poco pi opache, appena un poco pi spente di sempre le creature che mi sorvegliano. Le sorveglio: e col binocolo da teatro non mi sfugge nulla di loro, tranne le loro parole, che immagino. Parole di impazienza e diffidenza: di sospetto; infine, di esasperazione. Posso leggerle nella loro mimica, e la scena diventa come uno di quei sogni in cui nessuno pronuncia verbo, eppure distinguiamo, meglio ancora che pronunciate, tutte le sfumature del pensiero di ciascun personaggio.
Mi sorvegliano e le sorveglio: questa  dunque la silente quiete di ferragosto un reciproco agguato? Eppure non  passato che un anno da quando mi parve che una sosta del tempo, simile a questa, eguale a questa, significasse tesa attenzione reciproca, s: ma di solidariet, ma di fratellanza. Non  passato che un anno, e la scena pare immutata: cos sospesa sotto la caligine di un cielo estivo. Ma qualcuno, lontano, fischietta la marcia del colonnello Bogey: questa, l'anno scorso, non era in voga. Questa  una delle cose mutate.
E che altro  mutato? Il senso delle cose ecco una risposta assai facile. I medesimi lineamenti compongono adesso una tutt'altra realt. Quando ho provato una sensazione simile a questa? Immobile dietro le imposte, non ho nient'altro da fare che sorvegliare le due creature che mi perseguitano, perverse, forse disperate. E nel silenzio un ricordo inconsapevole indietreggia, indietreggia, fino al lungo tedio delle estati d'infanzia: estati di cui non rimangono che lunghi silenzi, lunghe solitudini in un cortile senza piante, senza fiori: soltanto pietra, soltanto cemento, nel cuore della citt. E il ricordo inconsapevole, ecco, ha trovato: non altro gioco possibile, in quel cortiletto deserto e afoso, che i quieti giochi silenziosi del giornalino. Dov' il cacciatore? un ingenuo disegno mostra una casetta, un fossatello, una siepe, una lepre: lo guardi, lo guardi, e l'occhio tondo della lepre  la bocca di un fucile, la canna  profilata ai piedi della siepe, la mano del cacciatore ondeggia nel fossatello, il viso del cacciatore sta nel cielo, un viso di masse tonde, tonde volute di fumo dal camino della casetta, tonde nuvolette; ma una di esse, stirata dal vento, un vento che non turba le altre nuvole n il fumo del camino, mette persino una penna sul cappello del cacciatore. Qual  dunque la realt? Nuvole e fumo, casa e fossato, siepe e lepre? forse: ma con gli stessi lineamenti si delinea una tutt'altra realt: un immane cacciatore, alto dalla terra al cielo, con il cappello tra le nubi e la mano nel fossato, e la canna del fucile che occhieggia dall'occhio stesso ingenuo e spaventato della lepre. Povera lepre, nessun pi efficace, e perverso, inganno di caccia ti si poteva fare, di questo trasfigurarsi della realt intorno a te ferma e immutata bench trasfigurata, ferme le onde dell'innocente fossatello, ferme le volute di fumo del camino. Indietreggiando, il ricordo inconsapevole ha incontrato l'ansia di una bambina nelle vacanze solitarie, in un cortiletto silenzioso della vecchia Milano: una bambina che fissava per la prima volta, tra le pagine di un giornaletto, e se ne sgomentava, la realt che  e non ,  se stessa ed  diversa. Una scena tranquilla  diventata una scena minacciosa, eppure in essa nulla  mutato: dove ho gi visto tutto questo? dove l'ho gi vissuto? So dove l'ho visto, so dove l'ho vissuto per la prima volta.
Il silenzio d'estate  quieto e deserto, una quieta e deserta riva: a questa riva giungono le onde di ricordi accavallati e lontani, frammenti di immagini dimenticate, stranamente accostati e sovrapposti tra loro. Questo indugio tra gli echi, questa vocazione al ricordo, risorgono immutati da un'estate all'altra: la solitudine li porta con s. La solitudine, il silenzio, il deserto incanto del mezz'agosto in citt tornano ogni anno, e con essi la vocazione alle fantasie e ai ricordi. Ma se la vocazione  la stessa, ricordi e fantasie sono diversi: altri echi, altre immagini. E anche se le immagini e gli echi sono gli stessi, il loro significato  diverso. Alzo il binocolo appoggiandolo a uno degli interstizi superiori: cerco forse, tra le nuvole ferme, il viso dell'immane cacciatore? No: le guglie del Duomo, evanescenti e delicate nel cielo evanescente. Sotto quelle guglie  cominciata, l'anno scorso, la storia che qui si conclude con le figure malefiche che sorvegliano la mia casa: in una sera come questa, cos calda e cos stanca, sotto un cielo come questo, in un deserto come questo. Come adesso, scrutavo con attenzione due figure ch'erano sorte sulla mia strada: ma l'attenzione era solidale, era fraterna a quel tempo. Incrociavo il loro destino, e me ne sentivo attratta: stupita di quell'attrazione, dicevo a me stessa che era nell'incanto del mezz'agosto la radice di quell'improvvisa folgorante solidariet. Adesso mi pare di rivivere quel momento. Da quel punto, da quel momento, si dipana il filo di questi ricordi.


2.

E certo ha l'aspetto inconsueto di un'effimera fratellanza il legame che stringe tra loro i rari passanti, nelle sere di mezz'agosto: si guardano con curiosit, come se ognuno chiedesse mutamente all'altro per quale ragione  rimasto nel cerchio afoso di Milano, invece di fuggir via, come la moltitudine, tra i boschi e sulle spiagge; e insieme volesse spiegargli di se stesso, delle ragioni per le quali egli stesso  rimasto. Gi questo  strano: nessuno chiede e nessuno spiega, a Milano (nessuno vorrebbe chiedere, nessuno consentirebbe a spiegare) fuorch nelle sere irreali di mezz'agosto.
Ma la citt stessa non  pi un cerchio afoso, bens un silenzioso cerchio d'incanto: l'antica bellezza le viene restituita, per tre o quattro sere dell'anno. Ombre violette e gentili tornano a stendersi ai piedi delle sue chiese, non frugate dalle luci al neon, non calpestate da piedi frettolosi. Dall'ombra emergono le poche vecchie case rimaste (in via Passione, in via Conservatorio, nel quartiere di via Larga): sono rimaste in poche, e quelle poche son gi quasi sopraffatte dai grattacieli. Ma prima ancora che dalla realt sono scomparse dalla nostra attenzione: quando passiamo dal centro in tram, in auto, o, se a piedi, di corsa non vediamo che le vetrine, e i cartelli pubblicitari, e le insegne luminose. Sorride una bionda immane, felice di una bibita ghiacciata: con minuzioso realismo la bottiglietta che accosta alle labbra si riveste di fresche goccioline quanto  grande ciascuna di esse? La ridente gigantessa ci sfida, cos alta, cos grande, ma inerme nella sua vacuit: oscilla se il cielo  percorso da un temporale estivo: vacua e ridente, sovrasta le vecchie case e le nasconde. Le luci pubblicitarie son come luci di teatro, illuminano il palcoscenico non per rivelare gli oggetti e le persone pi vicini alla ribalta, ma per nascondere i piani pi lontani e profondi, i servi di scena che silenziosi sostituiscono una strada con l'interno di una stanza. Cos avviene in teatro, e docili noi spettatori ci prestiamo al gioco, e guidati dalle luci vediamo non quel che c' ma quel che il regista ci impone di vedere. Cos nelle strade della nostra Milano le luci sottolineano le mostre di bianchi frigoriferi, di puerili e rosei pigiami alla baby-doll, e nascondono nell'oscurit quel che  rimasto delle antiche case. Docili spettatori, obbediamo al regista: cancelliamo dai nostri occhi e dai nostri cuori ci che ancora il piccone non  riuscito a cancellare dalla realt.
Questo avviene tutto l'anno: ma nelle sere di mezz'agosto, quando lo sconosciuto regista  lontano, quando si spengono le luci delle vetrine, allora le chiese antiche stendono intorno a s ombre violette, e le antiche vie del centro ritrovano la loro vera prospettiva, e gli angoli delle case incorniciano d'improvviso uno scorcio del Duomo, mite e grigio. Allora torna dal mondo della nostra infanzia un suono che da anni non sentivamo pi, da flebile si fa acuto e potente, con variazioni rapidissime e allegre, e ti meravigli che ci siano ancora le rondini. Allora le vecchie case di via Conservatorio mostrano di nuovo il loro prezioso colore, e ti meravigli che esista ancora un colore cos antico e ambiguo, e non sapresti descriverlo che come "rosa-fumo". Allora, mentre alzi gli occhi affascinati da quei neri prodigi saettanti che sono le rondini, vedi che il cielo della tua citt non  azzurro ma appena celeste, un celeste pallido, biancastro, tenerissimo, e il tramonto si annuncia come il subentrare di altrettanto tenue viola: e sai che questo accade perch la tua citt si annida tra gli acquitrini, e la grande estate la circonda di vapori. Altrove il cielo  azzurro sui boschi, sulle spiagge ma quei lontani cieli azzurri non ti sembrano affatto pi belli di questo cielo di palude, cos stancamente pallido. Questa citt ritorna a te dal mondo dell'infanzia, con le rondini della tua infanzia: una citt color di rosa-fumo, di viola-fumo, di tenero neutro, "color di lontananza" come un verso dimenticato che appena appena ritorni alla memoria; ed  giusto che pudicamente si avvolga in teneri veli, ed  giusto che anche il suo cielo sia velato.
E mentre vai pensando queste cose senti dentro di te come un senso di fratellanza per i rari passanti che camminano all'ombra delle antiche chiese.
 passato un anno da quando, in una simile sera, feci l'incontro di cui sto per narrare.  passato un anno, ed  tornato l'incanto... ma diverso: ma popolato da altre figure.

Camminavo in una di quelle strade del centro, e guardavo, al termine della strada, lo scorcio grigio del Duomo, quando vidi, ferme sul marciapiedi, una donna e una bambina. La bambina mi sorrise. Pochi passi pi in l, mentre stavo per entrare nel ristorante, mi accorsi che quell'immagine fugace aveva lasciato dentro di me un'inquietudine, come un interrogativo a cui non sapevo rispondere. Mi fermai d'improvviso, riflettendo a che cosa potessero avere di strano quella donna e quella bambina. Un cameriere che prendeva il fresco fuori del locale, accanto al vaso di un rachitico oleandro, e che gi si disponeva a salutarmi e a lasciarmi il passo, mi guard con maraviglia, tanto repentino era stato il mio arrestarmi e, credo, tanto intensa sul mio viso l'espressione di chi cerca di rammentare una cosa.
Senza voltarmi a guardare, ricordai: c'era una strana disparit tra la figura della donna e la figuretta della bambina. Nella donna c'era qualcosa di miserabile, di sconvolto e disordinato: e la bimba invece era fiorente, ridente, con un nastro bianco annodato fra i capelli, come usava tanto tempo fa, quando anch'io ero una bambina, quando i prodigi delle rondini empivano il cielo squittendo non soltanto a mezz'agosto ma in tutte le sere della bella stagione, da aprile a settembre... Quelle due figure venivano proprio da quel tempo lontano, da una provincia remota nello spazio e nel tempo: ma perch erano venute? e perch la donna aveva quell'aria sconvolta?
Mi facevo queste domande, intensamente, come se per me fosse essenziale trovare la risposta: e questo avveniva ora lo so per quell'effimera, e ingannatrice, solidariet che sembra stabilirsi quando siamo rimasti troppo in pochi nelle strade deserte troppo pochi perch gli incontri, anche casuali, ci sembrino casuali davvero: si  tentati di ritenere che abbiano un significato e uno scopo: che ad essi sia stata predisposta, cos deserta e in silenziosa attesa, la scena della citt abbandonata. Altre volte, in altri tempi, il mondo fu cos deserto e silenzioso: e perci sembra che ogni incontro sia un incontro con noi stessi: noi stessi di un tempo remoto. In quell'incanto leggero si ha voglia di accostarle, le cose lontane che tornano in breve effimero ritorno, si ha voglia di non lasciarle pi fuggir via: come le bimbe col nastro bianco in testa e l'abitino alla marinara. Voi venite da un mondo lontano, in una sera di mezz'agosto, quando riaffiorano le cose perdute. Ma, come i personaggi delle fiabe, orrendi pericoli vi minacciano se indugiate oltre il tempo concesso. Perci si ha voglia di afferrarvi per l'abito e trattenervi, e nello stesso tempo si desidera che ve ne andiate, prima che le minacce si realizzino, prima che vi trasformiate in forme e figure sconosciute e diverse.
Naturalmente mi vergognavo di queste fantastiche sensazioni, e desiderando tornare sui miei passi per rivedere quella donna e quella bambina dovetti trovare rapidamente un motivo razionale di farlo. Dissi a me stessa che la donna aveva l'aria cos infelice e sconvolta che non era giusto lasciarle in custodia la bimba; che del resto la bimba era cos fiorente e ben vestita, e la donna cos disordinata e lacera, che era impossibile trattarsi di madre e figlia. Bisognava indagare sul loro misterioso rapporto, forse si trattava di un rapimento, chi sa? Cos ebbi un pretesto, e il coraggio, di voltarmi a guardare.
Erano ancora l, ferme nella strada solitaria. La donna volgeva il viso alla casa di fronte, ma senza l'aria di guardare qualcosa: la bimba mi aveva seguita con lo sguardo, probabilmente perch ero la sola persona in tutta la strada. Agit un braccio per salutarmi e, tenuta per l'altra mano dalla donna, saltellava su un piede solo. Nel crepuscolo, saltellava lietamente il fiocco bianco sui suoi capelli.
Potei credere di essere chiamata, e questo nuovo pretesto mi diede nuovo coraggio, perci tornai sui miei passi. Mi fermai davanti alla donna, e le chiesi cortesemente: Desidera qualcosa, signora?
Non rispose subito, e nell'attesa ebbi agio di guardarla: non era vestita di abiti laceri, come m'era sembrato, poich la gonnella e il golfino erano puliti e in buono stato: ma pure, addosso a lei, avevano un'apparenza strana, e cadevano in strane pieghe asimmetriche, modellando una figura anormale: ma che cosa vi fosse in essa di anormale non seppi giudicare. E il viso era grigio e smunto, i capelli grigi eran tagliati corti, e tenuti all'indietro da una fettuccia. Ma sotto quei poveri capelli il viso, bench terreo e scavato, era giovane. Nell'acconciatura e nell'abbigliamento della donna nulla era lacero e indecoroso, ma l'insieme dava l'impressione di una fretta disordinata, come d'una che si fosse a mala pena buttato addosso qualcosa come vien viene, con la premura di chi ha poco tempo per fuggire. Per contro, la bimba non indossava nulla di ricercato o di lussuoso, un semplice grembialino col colletto alla marinara, e il nastro in testa: ma tutto era accurato e in ordine, come se chi l'aveva vestita avesse avuto tanto tempo a disposizione: poco danaro ma tanto tempo, un tempo lento e affettuoso e delicato. Ecco la strana disparit fra loro: una donna con poco tempo, inseguita e in fuga in un ristrettissimo margine di tempo, e una bambina con tanto tempo, tutta circondata e protetta dal tempo, il tempo lento e gentile e affettuoso delle persone che si erano occupate di lei.
Bench avesse cos poco tempo, pareva che la donna non sapesse che farsene, e guardava con occhi vuoti intorno a s, e non aveva prestato attenzione alla mia domanda. Scrutandola pensai che c'era stato un momento in cui era stata terrorizzata dal pensiero che aveva cos poco tempo, ma in seguito s'era dovuta accorgere che anche quel poco non serviva a nulla, e si poteva anche gettarlo via, come cosa di nessun valore.
Fui sgomenta di cos strani pensieri, e ripetei la domanda: Desidera qualcosa, signora? -; poi aggiunsi, quasi a giustificazione: M'era sembrato che la bambina mi facesse cenno, come per chiamarmi.
Allora la donna si riscosse da quello che pareva un sogno angoscioso, e il suo viso parve tornare faticosamente nel mondo delle cose reali. Mi guard non saprei dir come: "con fatica"  forse l'espressione pi giusta: come se guardare le cose vicine richiedesse un grande sforzo, dopo aver guardato cose tanto lontane.
Poi sorrise lievemente e rispose: Mi dispiace, Tea  indiscreta, vero Tea? La perdoni,  il primo giorno che  lontana dal suo paese,  stupita di tanti visi sconosciuti. Non voleva chiamarla, voleva soltanto salutarla: forse l'ha scambiata per qualcuno di sua conoscenza.
La voce della donna era gradevolissima, con uno squisito accento toscano, e una grazia mite e triste nel rimproverare la piccola Tea, tale che mi fece pensare quanto dovesse esser dolce venire rimproverati cos. Difatti Tea non pareva a disagio, ma solo per gioco finse di vergognarsi, e si nascose dietro le gonne della madre: per occhieggiando con ridente malizia, e tendendo la mano a salutare, per ripetere con gentile impertinenza la birichinata che le aveva attirato i rimproveri. Ma ormai non potevo lasciare quella strana coppia: c'era in quelle due figure qualcosa di attraente e di straziante, qualcosa di felice e fiducioso e vivo nella bambina, qualcosa di infelice e sfiduciato e mortale nella donna: ma in entrambe cos aggraziato, cos garbato, e inerme, e indifeso, da farmi temere di nuovo, oscuramente, che grandi pericoli potessero abbattersi su di loro.
Perci ripresi: Ma mi sembra che lei stia male, signora: ha il viso cos stanco. Forse le occorre qualcosa, forse posso fare qualcosa per lei.
Mi rispose stranamente: con l'espressione e la voce, gentili e un po' svagati, di chi rifiuta cortesemente una superflua cortesia. Sguardo e voce erano, ecco, come di chi rifiuta il posto a sedere in tram, e dice "grazie grazie, ma non s'incomodi".
Ma le parole eran diverse. Disse: Grazie, ma non c' nessuno che possa fare qualcosa per me, ormai -. Allora avevo ragione! Allora c'era davvero un incombente pericolo su quella donna!  impossibile, ribattei, si pu sempre aiutare, quando veramente lo si desidera -. Neg con grazia, e pareva che soprattutto fosse dolente di contraddirmi: Mi rincresce ma lei si sbaglia: non si pu fare pi nulla, ormai.
E rimase ferma a guardarmi, con un piccolo sorriso di saggezza e di scusa insieme: di saggezza perch sapeva cose ch'io non sapevo, e di scusa come se pensasse indiscreto, da parte sua, sapere e non dire. La bambina saltellava al suo fianco, il nastro bianco dondolava, e l'aria della sera estiva si faceva viola intorno a loro. La donna era esile, e si chinava ora di qua ora di l, secondo come la tirava a s l'energia della bimba saltellante. Ora vedevo che la donna non era pi anziana di me, anzi pi giovane: e tuttavia mi sentivo quasi ridiventare bambina, di fronte a lei. C'era stato anche per me un tempo in cui avevo un colletto alla marinara, e un nastro bianco nei capelli, e mi appendevo saltellando al braccio di un'esile madre, un tempo in cui la citt non era invasa di luci al neon, ma si oscurava stancamente in dolci crepuscoli, come ora; ma soprattutto c'era stato un tempo in cui, come ora, mi si guardava crollando il capo, e con un leggero sorriso sulle labbra, quando si sarebbe voluto dirmi (ma non si osava dirlo apertamente): "Ti sbagli, ti illudi, la vita  pi triste di cos... verr il giorno in cui anche tu lo saprai!"; e io esitavo incerta sulle soglie di una nuova consapevolezza, maravigliata che il mondo degli adulti possedesse anche altri segreti, oltre i segreti della forza e del potere. Come affiorando da un mondo remoto, la cortese donna toscana crollava il capo guardandomi, con un sorriso lieve lieve.
Era un commiato, certo: gentile ma fermo, fermo in un modo definitivo, irreparabile. La donna mi accomiatava, ma quell'aria di cose irreparabili che emanava da lei, proprio quella mi trattenne, mi fece esitare un momento. E in quel momento fu la bambina a decidere: si appese con la destra al mio braccio, e rimanendo con la sinistra appesa al braccio della madre cerc di altalenare tra noi, sollecitando con lo sguardo e col riso che l'aiutassimo nel gioco. Mi fermai con quel pretesto, prestando appoggio al dondolare di Tea: ma dur pochi attimi, perch la madre era evidentemente troppo debole: Ferma, ferma Tea! implorava.
Ma in quei pochi attimi avevo riflettuto: se c'erano cose irreparabili non si doveva permettere che coinvolgessero Tea. E quel che c'era di irreparabile nella donna era il suo strano senso del tempo: prima una fuga disperata, in un margine di tempo ristrettissimo, poi la desolante scoperta che quel poco tempo  persino troppo lungo per la brevissima cosa che si vuol fare. Cos lungo e superfluo e vuoto, che  indifferente come lo si trascorra, e si pu trascorrerlo con occhi vuoti all'angolo di una strada deserta, partecipando stancamente ai giochi di una bambina, e implorando "Ferma, Tea!" senza convinzione, e senza neppure volont di essere obbedite. Si pu perderlo a stilla a stilla salutando una passante, crollando il capo e sorridendo, seminascoste in un'umile saggezza, e scusandosi cortesemente di tanta indiscrezione. Si pu perderlo cos, lasciarselo cadere di mano senza interesse ma con lieve piet, di se stessi e del mondo, solo quando non vale pi nulla: nulla pi dell'acqua o della sabbia, che si lascia fluire tra le dita in un gioco distratto. Si pu far questo, del tempo, solo quando non vale pi nulla.
E, al contrario di tutte le altre cose del mondo, che tanto pi valgono quanto meno ne abbiamo, il tempo vale molto quando ne abbiamo molto, ma non vale pi nulla quando ne abbiamo troppo poco. Cos vidi con chiarezza che quella donna sapeva di avere troppo poco tempo per vivere, troppo poco perch avesse ancora valore. Ma insieme vidi con chiarezza anche altre cose.
Vidi che nessuno sa con certezza di avere troppo poco tempo per vivere cos poco da gettarlo via agli angoli delle strade se non ha deciso lui stesso di porre un termine, e molto vicino, al proprio tempo: e cos vidi che la donna era sul punto di uccidersi, che forse lo avrebbe fatto prima che il crepuscolo diventasse notte.
E vidi con chiarezza che questa decisione era stata presa d'improvviso durante la giornata, poich al mattino, al momento di pettinarsi e vestirsi, la donna aveva avuto fretta come se il tempo le mancasse, come se dovesse correre disperatamente per raggiungere qualcosa, o per fuggire qualcosa. L'improvvisa scoperta che il tempo era inutile e breve, cio l'improvvisa decisione di renderlo breve, era venuta dopo le prime ore del mattino, durante la giornata. Una notizia le era giunta, chiss per quale via, che l'aveva indotta a rendere breve il proprio tempo. E dopo la decisione era venuta la scoperta che quando il tempo  breve si pu anche perderlo, si pu anche agire con calma e lentezza. E dopo questa decisione, e dopo questa scoperta, aveva fatto indossare alla figlia il grembialino grazioso col colletto alla marinara, e l'aveva pettinata con lenta cura, e le aveva annodato nei capelli il pi bel nastro, e appuntato meticolosamente le mollette cos che il nastro non si spostasse: e agghindata cos come per una festa, con un tempo gentile e lento e affettuoso, l'aveva portata con s verso il proprio tempo breve e disperato. Il tempo ormai cos breve le apparteneva tutto di un possesso incontrastato, e poteva farne ormai quel che voleva, e lasciarselo sfuggire di tra le mani a stilla a stilla, annodando un nastro con lenta cura, e rispondendo con elusiva cortesia alle domande di una passante sconosciuta, e cos inesperta da credere che si possa sempre aiutare qualcuno quando se ne abbia la volont.
Vidi con chiarezza queste cose, e lei vide ch'io avevo visto, e fummo in due a essere infinitamente sagge all'angolo di una strada deserta, nella silenziosa Milano di una sera di mezz'agosto: e a non saper che fare della nostra saggezza.
- Lasci a me la bambina, mormorai; un po' a disagio perch nelle parole che ci eravamo scambiate non c'era nulla che potesse giustificare questa richiesta; e lei poteva fingere di ignorare le parole non dette, poteva fingere di maravigliarsi, e di scandalizzarsi della mia proposta. Ma era troppo leale per farlo.
- Vorrei tenerla con me fino all'ultimo, rispose, ma non tema che la porti via... Pensavo di lasciarla sola, qualcuno l'avrebbe ritrovata e portata al padre. Se vuol essere lei cos gentile da rimandarla a casa, potr lasciarla a lei: se vuol darmi il suo indirizzo.
Trassi dalla borsetta un foglio del mio ricettario e glielo diedi. Si stup e si rallegr nel vedere che faccio il medico, e mi promise che entro pochi giorni mi sarei vista arrivare a casa la bambina. Forse da sola e forse con lei, perch forse, ora che sapeva di parlare con una dottoressa, mi avrebbe raccontato la sua storia.
Cos ci lasciammo, e non mi parve strano di lasciare una bimba in mano a una suicida: tanto garbo razionale e cortese si esprimeva in quella voce toscana. Ci lasciammo da persone civili, stringendoci gentilmente la mano al di sopra delle cose oscure e inespresse: temibili forse, ma certo assai meno di quanto sarebbero state se noi non fossimo state, entrambe, cos ragionevoli e civili.
Il cameriere, sulla soglia del ristorante, mi salut e mi diede il passo. Scelsi un posto accanto alla vetrina e di l vidi la strada come la vedeva il cameriere, e immaginai la scena cos come doveva averla vista lui: due donne e una bambina si scambiano brevi parole di cortesia, e, mentre la bimba cerca di approfittare dell'incontro per giocare, una delle donne d all'altra un biglietto: la seconda lo legge, si stupisce, sorride e ringrazia; poi si danno la mano, e si salutano con un gentile arrivederci. Null'altro che questo.
Ma forse anche il cameriere ha compreso che si tratta dell'incanto di mezz'agosto: perch di solito si ha tanta fretta, a Milano, che ci si sospinge a vicenda senza riguardi e senza attenzione. Solo nelle sere come questa, in cui lo spazio appare vuoto e il tempo appare fermo, ci accorgiamo l'uno dell'altro; e nello spirito di vacanza e di esonero che pervade tutta la citt troviamo che il tempo  abbastanza lungo perch si possa spenderne un poco nella solidariet, chiedendo al prossimo che cosa lo angustia.
Mentre attendevo che mi portasse la cena, guardavo, fuori del vetro, la bimba che correva e voltava l'angolo, scompariva alla mia vista. Sarebbe venuta a trovarmi e l'avrei aiutata, avrei forse potuto aiutare anche sua madre. Ero grata alla deserta quiete di quella sera estiva, che mi aveva permesso di iniziare qualcosa di buono.
Cos cieca ero, dunque. Ora  passato un anno, e il deserto incanto di mezz'agosto  tornato: ma ora so che  un incanto maligno; se le creature delle fiabe non fuggono quando  scaduto il tempo loro concesso, allora ha inizio il tremendo maleficio.


3.

La domenica successiva, di pomeriggio, la donna suon alla mia porta, con la bimba per mano. Io abito al quarto piano di una casa senza ascensore: e n'ebbi rimorso quando la vidi ansimare. La feci stendere sul divano, e non le permisi di parlare sinch non avesse ripreso fiato.
Vivo sola, e in casa mia non ci sono mai stati bambini, perci non fu facile trovare qualcosa con cui placare l'allegra irrequietezza di Tea. Finalmente, seguita nelle mie ricerche dalla sua curiosit (e le sue manine tonde s'infilavano gioiosamente nei cassetti ad aumentarvi il disordine, rintracciai un grosso pezzo di quella liquerizia nera che pare carbone. Tea mi guard con diffidenza, poi si decise ad assaggiarla: e che il sapore non corrispondesse all'apparenza la divert moltissimo. Mi venne fatto di pensare che altre volte avrebbe dovuto constatare che l'apparenza non corrisponde alla sostanza, ma non sarebbe pi stata liquerizia in veste di carbone, bens il contrario. Pareva che la presenza di Tea sollecitasse in me umori filosofici. Altrettanto accadde quando, alle sue mani impazienti di devastazione, affidai l'unico giocattolo che si trovasse in casa mia: era la scimmietta col berretto rosso e la stella dorata, che suona i piatti. Fu venduta in migliaia di esemplari, nei negozi e negli angoli di piazza Duomo, dopo che aveva fatto la sua comparsa, tra le mani di un James Dean soccombente e lacerato, non so pi se nella prima o nell'ultima scena di "Giovent bruciata". Non so se tanta popolarit del giocattolo si debba al suo legame col giovane divo, o al musetto dell'animale, singolarmente espressivo di bizzarra tristezza. Comunque, mi parve di cattivo augurio, tra le manine fresche di Tea, la scimmietta di James Dean: ma subito mi resi conto che la mia reazione era sciocca: non umori filosofici ma umori superstiziosi erano quelli che la bambinetta suscitava in me.
- Si  fermata, non va pi! grid Tea con rammarico, e corse a posare sulle mie ginocchia il giocattolo perch le insegnassi a ricaricarlo. Cos viva e genuina, avrebbe dovuto giocare con gattini e cuccioletti vivi come lei, come lei teneri e goffi: non con giocattoli a molla. Come ti chiami? le chiesi. Tea. Ma Tea  un vezzeggiativo, non  un nome vero. Si chiama Teodora, interloqu la madre dal divano, dove s'era riposata e aveva ormai ritrovato il respiro, dovemmo metterle quel nome per riguardo alla nonna, ma la chiamiamo Tea. Potr da grande farsi chiamare Teodora, replicai, pensando che solo in provincia, ormai, usa ancora imporre ai bambini antichi nomi solenni per riguardo ai vecchi parenti. E immaginai, in quel nome imperiale, una donna bruna e altera, con grandi occhi neri nel pallido viso, tra due bande di capelli neri e lisci. Un giorno porter con altera grazia il suo nome superbo di cupa imperatrice, ora porta con tenera grazia infantile il suo nome di rosa: un rosa delicato ravviva, sulle guance, un delicato colore di oro-bronzo. Per me sei Rosa Tea, le dissi.
Anche la madre aveva un bel nome, Cecilia: Cecilia Vannetti. Pronunciato da lei, poi, era cos dolce, cos musicale. Era una delizia il suo accento toscano. Nella stanza in penombra, con lame di sole che entravano di tra le stecche della gelosia, nel caldo e silenzioso pomeriggio di agosto, la musica sommessa di una parlata toscana mi raccont la nera storia di Cecilia.
Una storia nera e lugubre, ma non poi singolare. In fondo, storie simili ne conosciamo tutti, purtroppo: ma aveva un suo cupo splendore per il modo in cui Cecilia l'aveva vissuta e la stava vivendo, con una certa grazia distaccata, e una sorta di strana alterigia se pure questa parola non  disdicevole, e persino in contrasto con la civile misura di cui Cecilia dava prova in tutte le sue parole e in tutti i suoi atteggiamenti.
Cecilia aveva trent'anni, e tre anni prima s'era ammalata di cancro polmonare. Era stata operata, e apparentemente era guarita. Ma da alcuni mesi aveva qualche disturbo di fegato e qualche colica. Il medico aveva detto che forse si trattava di colecistite, e l'aveva fatta ricoverare all'ospedale di Pisa. All'ospedale, dopo una serie di esami e di radiografie, i chirurghi avevano rifiutato di operarla perch s'erano accorti che si trattava nuovamente del cancro, diffuso ormai in tutto l'addome con metastasi molteplici. Ormai non c' pi nulla da fare, dicono che ne avr per pochi mesi. Lo seppi il mattino, e mi parve di non poter resistere, di dover correre via, in qualche posto. Presi la bimba con me e venni a Milano col primo treno. Andai all'Istituto dei Tumori a cercare quel professor X di cui dicono un gran bene. Ma non c'era:  in ferie, e torner fra tre settimane. Giravo per le strade senza saper che fare, quando incontrai lei.
Questa era la storia: una storia che non aveva nulla di particolare, salvo il modo che Cecilia aveva di raccontarla, quell'aria di tenue distacco, di discrezione, di civilt. Mi tornava alla memoria il paesaggio toscano, con la sua pulizia, la sua nitidezza, il suo saper racchiudere i drammi umani in un disegno leggero. Cecilia stava tutta composta e raccolta, cos discreta nel suo dramma come le madonne dei quadri antichi sugli sfondi aerei e lontani. Lo creava lei stessa il fondale per la sua propria tragedia, un fondale di limpidezza e lievit.
Eppure la storia aveva dei punti oscuri. Era mai possibile che i medici le avessero detto cos spietatamente tutta la verit? So per esperienza che si mentisce fino all'ultimo: proprio con lei nessuno aveva avuto la piet di mentire? glielo chiesi, con un lieve moto di incredulit. Ci conoscevamo appena, e gi il nostro rapporto mostrava quello che sarebbe stato, sino alla fine, il suo segno fondamentale: da parte mia piet e per una certa diffidenza, e un impulso all'indagine, e un vago senso che qualcosa non fosse vero, o qualcosa non fosse detto. Da parte sua, per contro, risposte plausibili, consenso a spiegare, accento di sincerit.
- I medici non ne hanno colpa, rispose: fui io a trarli in inganno. Venne a trovarmi mia sorella Giovanna, e io le chiesi: "Va' dal tuo dottore, e domandagli che s'informi delle mie condizioni dai suoi colleghi dell'ospedale; digli che prenda oggi le sue informazioni, e che domattina passerai da lui a sentire la risposta". L'indomani, prima che venisse il primario, mi alzai e di nascosto entrai nell'ufficio di segreteria del reparto: a quell'ora non c'era nessuno. Telefonai a quel dottore e gli dissi ch'ero Giovanna. Mia sorella e io abbiamo la medesima voce, il dottore non dubit. Gli dissi che non potevo andare da lui come avevo in animo di fare: mi desse dunque per telefono le notizie di Cecilia. Il dottore tacque per qualche istante, e in quei momenti pensai: tace perch s' accorto che sono io, o tace perch le notizie che deve dare sono molto cattive? poi disse Cara Giovanna... e seppi cos che le notizie eran cattive. Diede molte spiegazioni, sul male che era infiltrato dappertutto, e non si poteva operare: ma io, dopo le prime parole, non lo ascoltavo pi. Buttai il ricevitore sulla forcella, corsi in camera a vestirmi. Era cominciato l'ingresso dei parenti, perch era giorno di visita: scappai via nella folla, senza che nessuno se ne accorgesse. Andai a casa di corsa, sull'autobus non stavo in me dall'impazienza: mi pareva che se fossi scesa e fossi andata a piedi sarei andata pi in fretta. Chiss perch avevo tanta premura. Mia suocera mi vide arrivare cos scalmanata, quasi non aveva il coraggio di chiedermi che cosa fosse accaduto. Io le dissi che mi avevano dimessa, e che volevo portare Tea ai giardini: soltanto questo. Ma nel vestire la bimba presi il danaro dal cassetto, senza che mia suocera mi vedesse. Prendemmo l'autobus per Pisa, e il primo treno per Milano. Volevo cercare il professor X, o qualche altra cosa: non so. Forse non potevo sopportare di vedermi attorno la suocera, le cognate, il marito. Forse volevo soltanto rimaner sola con Tea -. Poi soggiunse, scrupolosa nel giustificare gli altri, nello scagionarli da un'accusa ch'io avrei potuto muovere loro: Lo vede bene, che i medici non hanno colpa. Sono stata io a trarli in inganno, perch volevo sapere la verit.
Per un po' riflettei, guardando quella condannata a morte cos consapevole, cos lucida, cos priva di ogni illusione: Lei non ha avuto nessuna piet per se stessa, le dissi. Ma non mi cap. Col suo bel parlare garbato, era per soltanto una giovane contadina, cos semplice e cos schietta che per lei la piet era un sentimento che riguardava soltanto i rapporti con gli altri, non i rapporti con se stessi. E per quanto io fossi solo di pochi anni pi anziana di lei, tuttavia facevo il medico ormai da un tempo sufficiente per essermi potuta rendere conto di questo: che quando il mondo non ha pi piet di noi possiamo noi aver piet di noi stessi, e condurci per mano, cautamente, lungo gli oscuri sentieri della voluta e deliberata ignoranza, della speranza senza ragione. In questo modo fanno, i medici, gli errori diagnostici sul proprio conto. Ma questa capacit presuppone uno sdoppiamento, una mistificazione, un rapporto molto equivoco con se stessi e con le cose, quale si acquista soltanto in una lunga e triste esperienza, che insegna a sfumare la frontiera tra la verit e la menzogna. Quella donna era invece cos nitida, cos giovane, cos leale nei suoi rapporti, che non avrebbe mai potuto avere, per se stessa, tanto pietosa e ambigua indulgenza. Era vero quel che m'aveva detto il primo giorno, che nessuno poteva aiutarla: e non tanto perch fosse inguaribilmente malata, quanto perch era lei stessa: era limpida e genuina e leale, incapace di qualsiasi mistificazione.
Era anche equilibrata e ragionevole, proprio come i paesaggi della sua Toscana: e convenne con me che quell'impulso disperato di farla finita, che aveva avuto il primo giorno, era nocivo e assurdo, e bisognava stroncarlo. Anzi, lo aveva gi stroncato. Convenimmo insieme che non avrebbe dovuto tornare a casa, poich le parenti pietose ("e gi in lutto prima che io muoia", disse con mesta ironia) l'avrebbero piuttosto rattristata che consolata; sarebbe dunque rimasta a Milano altre due settimane, prima che tornasse il professore; e in queste due settimane si sarebbe goduta la compagnia della bimba, l'avrebbe portata tutti i giorni a giocare ai giardini (- Tutti i giorni, tutti i giorni! grid Tea, festosa) e da un periodo di riposo, fuori dell'ambiente solito della sua vita, quasi in vacanza, non avrebbe potuto trarre che vantaggio. Al ritorno del professore avrebbe rimandato la bambina a Pisa, e lei sarebbe entrata in clinica. Intanto si sarebbe rivolta a me, per qualunque cosa potesse occorrerle nella citt straniera.
Tutto era dunque molto piano e molto razionale, Cecilia celava in un pudore dignitoso i propri sentimenti, e metteva in tal modo a proprio agio chi ascoltava la sua lugubre storia.
Riusciva cos a renderla tollerabile, per lo meno agli altri: ma mi domandavo quanto riuscisse a renderla tollerabile a se stessa. Scesero le scale lentamente, volgendo entrambe il viso in su a guardarmi. Cecilia mi apparve ancora goffa e anormale nell'esile persona, e ormai sapevo perch: a destra polmone e coste erano stati portati via, e solo con un grande sforzo, uno sforzo da soldato in parata, riusciva a tener le spalle quasi allo stesso livello. Tea (Teodora, Rosa Tea) stringeva al petto la scimmietta, da cui con tanto rammarico aveva tentato di separarsi, che non avevo potuto fare a meno di regalargliela.
Se ne andavano senza che avessi potuto far nulla per loro, le due creature genuine e sincere: e null'altro avevo potuto donare che quel banale giocattolo a molla, impotente e sofisticato.
Di Cecilia, la donna cortese che andava incontro alla morte con la semplicit di una contadina e la grazia di una dama e il decoro di un soldato, ricordo che pensai: "Pi nulla le pu accadere ormai, pi nulla fuorch morire". Lo pensai quasi consolandomi, quasi immaginandola raccolta e protetta in una sicurezza mortale.
Ma non facevo i conti con la citt, con la citt straniera che andava risvegliandosi dall'incanto silenzioso di mezz'agosto, e svegliandosi avrebbe deciso se respingere quelle due creature provinciali o accoglierle in s, e accogliendole in s avrebbe fatto loro succedere qualcosa di strano e temibile, qualcuna delle tante strane e temibili cose che succedono nelle giornate febbrili e rumorose della nostra citt.


4.

E cos cominci la strana annata di cui voglio raccontare. Far questo racconto con scrupolo e sincerit, malgrado possa in qualche modo danneggiarmi dal punto di vista professionale. A molti sembra, difatti, che il medico non debba o non possa provare la comune piet: che non debba, per non trovarsi disarmato di fronte alle esigenze della cura specie se si tratta di ammalati gravi; che non possa, sotto pena di trovarsi esposto, lungo tutta la sua vita, a un cumulo insostenibile di sensazioni e sentimenti dolorosi. Ma a mio parere non  che un clich quello del medico che nel malato vede soltanto il clich del "caso clinico", l'oggetto impersonale di un rapporto impersonale. Quanto a me, si vedr da questo racconto come per quasi un anno io abbia ceduto alla piet per Cecilia con quell'abbandono con cui si cede alle passioni: fino a identificarmi con lei, a guardare il mondo attraverso i suoi occhi, a sorprendere in tutto quello che mi accadeva, e anche negli avvenimenti che non la riguardavano affatto, un misterioso riferimento ai miei rapporti con lei. Vivevo questo rapporto con tale intensit, che nel suo disegno si allineavano tutte le mie esperienze, tutti gli eventi anche esterni a me e di cui mi limitavo a ricevere notizia: e persino le notizie dei giornali. Ero in quello stato d'animo in cui si cerca un significato riposto in ogni cosa come se il significato palese fosse soltanto senso in se stesse, acquistassero un senso solo se collegate tra loro, e collegate tutte insieme a un'altra cosa. Il mondo si trasformava in una "foresta di simboli": e la chiave per interpretarli stava in Cecilia: nel rapporto tra Cecilia e il mondo, nel rapporto tra Cecilia e me.
Mi abbandonavo liberamente a questa piet, come certo non avrei fatto in un rapporto professionale da medico a malato: perch  vero che alla figura del medico soltanto razionale, soltanto scienziato, non credo: ma  anche vero che nella pratica il medico si deve comportare solo scientificamente, solo razionalmente. Tra la sua commozione e il suo comportamento ci dev'essere una dissociazione, una divergenza che pu perfino lacerare: ma il conto di questa dissociazione deve pagarlo il medico, e lui soltanto; la lacerazione deve passare attraverso di lui, e non accanto a lui. E perci credo che il medico non debba astenersi dalla piet, come qualcuno ritiene, ma neppure abbandonarvisi liberamente: deve alimentarla e coltivarla, eppure non tenerne conto, e in qualche modo stroncarla, ma come se stroncasse ogni giorno qualcosa di s.
Ma Cecilia era entrata nella mia vita non attraverso le solite vie della professione la degenza in ospedale, la visita in ambulatorio bens in un modo del tutto singolare, come una passante dal viso patetico, alla quale m'ero avvicinata non da medico, ma da passante curiosa e solidale, una sera in cui non avevo nessuna incombenza che mi facesse tirar via di fretta per le strade secondo il mio solito. E per tutto quest'anno i nostri rapporti non furono da medico a paziente, ma assai pi generici ed umani, come s'io fossi soltanto una conoscente, che per il solo fatto di conoscerla avesse piet di lei. Per tutto quest'anno, ad esempio, non le ho dato una sola ricetta, sino a qualche giorno fa e racconter poi che cosa ha indotto lei a violare la regola non pronunciata, e a chiedermi una ricetta; e me, a dargliela. Per tutto quest'anno sono stata, di fronte a Cecilia, quasi "in vacanza" (come medico, s'intende). Nella vita d'ospedale raccoglievo piet e piet al letto dei malati pi gravi, e poi quella piet la riversavo tutta intiera su di lei; e mi spogliavo della mia qualit di medico, e persino in certi momenti mi spogliavo delle nozioni acquisite di patologia e di clinica, cercavo di cancellare da me tutto quel che sapevo, se questa era la condizione indispensabile per coltivare un'esile speranza. Mi mettevo accanto a lei, disarmata come lei, o armata della sua stessa inerme ignoranza, per affrontare, insieme a lei, il suo destino. Facevo dunque uno sdoppiamento di me stessa: una cosa cio che Cecilia non sarebbe mai riuscita a fare, cos semplice e schietta com'era quando l'ho conosciuta.
Ma, come si vedr, apprese anche lei a sdoppiarsi, a concedere ad altri illusioni e speranze che non concedeva a se stessa. E questa che racconto , sotto certi aspetti, la storia di Cecilia che impara a dividersi in se stessa e da se stessa; la storia di Cecilia limpida e cristallina, senza piet di s, che impara le vie tortuose e ambigue della piet per gli altri. Ma sotto altri aspetti questa  anche la storia di una promessa non mantenuta, e se ho un certo risentimento, quasi un certo rancore, verso la piet,  proprio per il fatto che la piet  sempre, in tutti, una promessa non mantenuta. Ci si immagina di poter condividere, se non il destino di un altro, almeno la pena che questo destino suscita: e se non di poterla condividere, almeno di poterla comprendere; e si finisce poi con l'accorgersi che questo  impossibile. Si comincia con la simpatia che affratella, e si finisce con la compassione che umilia, che estrania. Che queste due parole, simpatia e compassione, mostrino a un filologo radici eguali, e analoga struttura, rivela soltanto quanto sono vicine le radici dei due sentimenti: vicine s, ma tra di esse sta lo spartiacque che divide l'io dal mondo, il soggetto dagli oggetti. Questa  la storia di un indugio sullo spartiacque, di un lungo esitare tra la simpatia e la compassione,  la storia di una promessa e di una speranza, di una promessa non mantenuta, di una speranza non realizzata.
E non mi consola pensare che questa  anche la storia di Cecilia mutata, non mi conforta ricordare ch'io non fui la sola a non saper mantenere le promesse, ma che anche Cecilia  venuta meno a se stessa, per una specie di nefasto sortilegio di cui cadde vittima a mia insaputa. Proprio di non averlo saputo, e quindi di non averla difesa, mi incolpo e mi angustio.
Non voglio per anticipare le cose. Riprendo dunque dal principio: dal tempo che sarei persino tentata di chiamare felice in cui mi riusciva di esserle vicina in tutto e per tutto, e di vedere il mondo con i suoi occhi.
Certi aspetti della nostra citt, che di solito, come credo si sia capito dalle prime pagine di questo racconto, mi irritano e mi stancano, mi parvero affascinanti quando li guardai dal suo stesso punto di vista. Milano, che per me era stata sino allora una citt artificiosa e violenta (schietta e mite solo quando si spoglia di se stessa nelle brevi ferie estive) mi apparve una roccaforte di sicurezza, una sfavillante riva di salvataggio, ricca di tutte le promesse per chi vi approdava: e questo, solo perch la guardavo con gli occhi di Cecilia. Dove io vedevo il traffico sconvolto e disordinato, e il gusto sfacciato e pacchiano dei cinema lussuosi, tutti specchi e velluti, e il gusto ambiguo e sofisticato delle morbide pasticcerie, e l'arrivismo smodato, e le frenetiche esteriorit e il vuoto sostanziale, e gli uomini come automi spaventati, delusi e spogli all'interno di s, Cecilia mi spinse a vedere l'efficienza e l'ottimismo, la volont decisa a tutto, trionfante su tutto.
Era estasiata dell'Idroscalo e della collina artificiale del quartiere "T 8", estasiata di Torre Velasca. Una citt che costruisce laghi e colline intorno a s, e magiche torri scintillanti dentro di s,  una citt che non ti lascer morire, a trent'anni, di cancro. Se ha i migliori ingegneri, ha certamente i migliori chirurghi. La sua gente  salda e sicura, i suoi ospedali sono i meglio attrezzati, qui c' il radium, qui gli isotopi radioattivi, qui le macchine che ti sgomentano e ti proteggono. La mente di Cecilia si tuff in un'orgia di macchine, fantastic sui polmoni d'acciaio, pensando che forse si sarebbe potuto, togliendole il suo povero polmone destro, dargliene uno di metallo. Si impadron di tutti i miti che fioriscono nel popolino ingigantendo i ritrovati della scienza: le ossa possono essere sostituite da chiodi d'argento, i nervi da nastri di nailon, le arterie da tubi in politene; e il sangue, il sangue stesso, come lesse esterrefatta e felice, pu essere sostituito molto vantaggiosamente da una soluzione di resine poliviniliche. Via via che la vita veniva sostituita, nella sua fantasia, da parti di ricambio inalterabili e funzionali, via via la morte arretrava. E le sembrava che Milano esprimesse tutto questo, l'arretrare della morte dinanzi alla inarrestabile cascata di cemento e acciaio. Quell'ebbrezza di modernit, quell'ebbrezza di cose artificiali e di apparecchiature elettroniche, in fondo non m'ingannava: Cecilia corteggiava l'ammirevole nuovo mondo, lo adulava, strisciava ai suoi piedi, soltanto perch, patetica mendicante esile e grigia, sperava che il nuovo mondo meraviglioso le concedesse alcuni mesi supplementari di vita: di una vita, chiss, forse sintetica, artificiale, ma comunque vita. Io cercavo di non vedere in lei la piccola patetica mendicante di provincia, cercavo di non sapere che le sue speranze erano fondate sull'ignoranza e sull'equivoco. E accettavo i suoi punti di vista, e accettavo quel che lei mi regalava: un'immagine nuova di Milano, l'immagine sfolgorante di una citt splendida nei suoi sforzi e superba nei suoi successi, invitta e trionfante. Una citt in cui non  possibile, forse non  neppure permesso, morire a trent'anni.


5.

Eppure bisogna credere che gi sin da allora, da quelle primissime settimane di scoperte entusiasmanti, Cecilia avesse gi iniziato il proprio sdoppiamento, come un'incrinatura sottile sottile. Non me ne accorsi allora, ma solo adesso che ci rifletto: adesso mi sembra evidente che gi dopo quindici giorni di permanenza in citt Cecilia non fosse pi soltanto in quelle folli speranze: una parte di lei era altrove, nello scetticismo, nella squallida sfiducia. Altrimenti non si comprenderebbe come mai gi al quindicesimo giorno ebbe inizio la snervante alternativa: "Vado in clinica o non ci vado? ci vado oggi o aspetto domani?"
Il quindicesimo giorno, difatti, le ricordai che di li a una settimana il professore sarebbe rientrato dalle ferie: lei avrebbe dovuto dunque, a mio parere, riaccompagnare Tea al paese, e al ritorno cio dopo tre o quattro giorni farsi ricoverare; cos avrebbe affrontato subito i primi esami, e il professore avrebbe potuto, senza perdere altro tempo, iniziare le cure.
Mi diede ragione, e in mia presenza dett al telefono un telegramma per suo marito, avvertendolo che l'indomani sarebbe tornata a casa. Quindi and alla stazione a prendere i biglietti. Dalla stazione mi salut, mi fece anche sentire la vocetta garbata di Tea (intimidita dal telefono) e fin raccomandandomi: Domenica prossima, se pu, venga in clinica a trovarmi!
L'indomani sera, tornando a casa, la vidi seduta su una panchina del viale, stava leggendo i fumetti a Tea. Naturalmente mi stupii che non fosse partita, e mi spieg che forse era meglio attendere il ritorno del professore: Che vuole, se mi visita un assistente pu darsi che mi dichiari incurabile e mi rimandi via, prima ancora che il professore arrivi. Ho aspettato gi tanto, preferisco aspettare ancora un po' e non correre questo rischio -. Mi sedetti accanto a lei, e cercai di spiegarle che ne sapevo abbastanza di vita d'ospedale per poterle assicurare che quel che lei temeva non sarebbe accaduto. Fu impossibile persuaderla: mi guardava dolcemente, con un sorriso di scusa: Certamente lei ha ragione, ma mi perdoni; non voglio correre rischi. E poi che male c' se aspetto ancora un po'? Mi offersi di accompagnarla io stessa, e di cercare, nella clinica, un assistente che conoscevo: l'avrei presentata direttamente a lui, pregandolo di non dimetterla sino al rientro del professore; ed ero davvero disposta a compiere questa manovra, pur sapendo che era del tutto superflua. Di nuovo mi guard con quel sorriso di scusa: Lei  tanto gentile che ho rimorso di rifiutare... Ma che male c' se aspetto? cos sto ancora qualche giorno con la mia bimba -. E l'abbracci teneramente, guardandomi al di sopra di quella testolina dai capelli lisci e neri.
Tea, con uno di quei moti improvvisi che la rendevano cos amabile, dopo averla baciata si svincol e si accost a me: Anche a te un bacio... come se non volesse farmi torto. Non ebbi il coraggio di insistere, poich l'insistenza avrebbe anticipato il distacco, forse definitivo, tra quelle due creature.
Ma dopo una decina di giorni ebbi la conferma che il professore era gi rientrato; immaginai dunque che, come eravamo d'accordo, Cecilia fosse finalmente entrata in clinica, e telefonai chiedendo sue notizie. Dopo molti "Attenda, prego, vado a informarmi" finalmente una voce femminile mi disse che dai registri di accettazione non risultava l'ingresso di nessuna Cecilia Vannetti, almeno negli ultimi dieci giorni. Pensai che fosse stata registrata col nome da nubile, che non conoscevo: e m'inquietai e mi sgomentai di averla cos stupidamente smarrita.
Poi mi venne in mente che aveva abitato presso un'affittacamere di corso XXII marzo, e che forse l'affittacamere conosceva le sue generalit. Ma quando, a una voce sconosciuta, chiesi: Scusi, signora, abitava presso di lei Cecilia Vannetti? mi sentii rispondere, con sorpresa e diffidenza: Perch abitava? abita ancora qui: adesso  fuori, ma rientrer per cena. Ma come? non doveva... partire, andar via? No, non credo: ieri ha pagato l'affitto di quindici giorni, anticipato, e non mi ha dato disdetta -. Che cosa poteva dunque esserle accaduto? Domandai se la signora sapeva dove fosse andata.  andata al cinema con Tea, a un cinema qui vicino, dove danno una fantasia di Walt Disney: sa, la piccina ci teneva tanto -. In me la sorpresa cedeva all'irritazione. Dopo un mio silenzio, la signora disse: Pronto, pronto... devo dire qualcosa? Dica che ha telefonato la dottoressa. Dica a Cecilia che mi telefoni lei.
Mi richiam infatti, ma solo dopo tre o quattro giorni. Le chiesi perch non si fosse ancora fatta ricoverare, mi rispose evasivamente: Le dir, le dir... adesso non posso -. E, come a farsi perdonare quella elusiva reticenza, si profuse in saluti e ringraziamenti.
Passarono altri tre o quattro giorni, e si era dunque verso la met di settembre, quando una sera la ritrovai che mi aspettava, seduta sulla panchina del viale, davanti casa. Era ancora pi terrea e smagrita, gli occhi le si erano fatti grandissimi. Tea mi corse incontro con allegro affetto. Mi rincresceva di intrattenerle sulla panchina e poi congedarle: perci dissi a Cecilia che potevamo salire: avrebbero mangiato un boccone con me. Cenammo insieme: Tea e io con la solita cena da donne, panini imbottiti e caffelatte; Cecilia fece fatica a ingoiare due cucchiaiate di yoghurt e mezzo bicchiere di sugo di frutta. Si premeva una mano sullo stomaco, e la fronte grigia le si imperlava di sudore freddo.
Mi spieg che non aveva ancora potuto entrare in clinica perch aveva riflettuto a una cosa a cui non aveva pensato prima: se la degenza fosse stata lunga, poteva darsi che qualcuno dei suoi parenti sarebbe venuto a trovarla, forse con Tea. E in tal caso sarebbe stato bene fargli trovare una camera ammobiliata in cui alloggiare, ma nelle vicinanze di piazzale Gorini, cio della clinica, e non in corso XXII marzo, Perch i miei, sa, son provinciali, e non ci si ritrovano a girare in citt! Questo pretesto mi apparve subito specioso, tortuoso; ma poich credevo di conoscere il carattere schietto di Cecilia, e poich mi sorrideva cos tristemente, con gli occhi brillanti sotto la fronte sudata, non potei negarle fiducia. Era evidentemente un capriccio di malata. E l'ha poi trovata, questa stanza? Mi ci  voluto tempo, non era facile... ci voleva, sa, una stanza pulita e a buon mercato, e non da un'affittacamere, ma da una signora sola, brava e perbene, che potesse prendersi cura di Tea se un giorno Tea verr a trovarmi col suo babbo, e si sa che non potr stare tutto il giorno in clinica con lui e con me, povera citt... E adesso che la camera l'ha trovata, che cosa conta di fare? porter la bimba a Pisa, adesso? Ah, s, certo: prima per devo fare il trasloco, e mi ci vorranno due giorni perch, sa, per me  fatica anche fare quelle poche valige. Mi fermer nella nuova stanza due o tre giorni, tanto per ambientarmi, e perch la signora possa far conoscenza con Tea; e poi condurr la bimba a casa, e al ritorno, ecco, entrer subito in clinica! Feci un rapido calcolo: si sarebbe arrivati ai venti di settembre, pi di un mese dal giorno in cui l'avevo incontrata, dal giorno in cui era scappata di casa in gran fretta, senza neppure pettinarsi, per farsi visitare dal famoso professore. Ma ormai perch recriminare? Non potevo certo impormi di forza, e comunque ormai, per una settimana di pi o di meno, non valeva la pena di addolorarsi. Sicch parlammo d'altro. La colica le era passata, e mentre Tea dormiva sul divano parlammo di tante cose, e a mezzanotte le chiamai un taxi.
Certo, invece, avrei cercato di impormi con la forza se avessi saputo che neppure il venti settembre sarebbe entrata in clinica. Escogit una novit: siccome la padrona di casa aveva preso Tea tanto a benvolere, forse le cose si sarebbero potute sistemare diversamente: Tea, che a ottobre avrebbe dovuto iniziare la scuola, si sarebbe iscritta a una scuola milanese, e la signora avrebbe accudito a lei mentre Cecilia sarebbe stata in clinica. Tanto, per tenere la camera impegnata, secondo il primitivo programma, si sarebbe dovuto pagare l'affitto egualmente, e quindi l'unica spesa supplementare sarebbe stata la pensione di Tea, cio poche migliaia di lire al mese. In questo modo Cecilia si sarebbe risparmiato il viaggio a Pisa, ma tuttavia l'ingresso in clinica fu un'altra volta rimandato: bisognava scrivere a Pisa, preparare i documenti, far vaccinare la bambina. E poi la bimba ebbe una reazione al vaccino piuttosto forte, e ogni altra cosa pass in secondo piano.
Un giorno andai a trovarle nella nuova camera: la padrona di casa era davvero gentile e simpatica, una piccola signora grassottella e delicata. Suo figlio s'era sposato e abitava in Riviera, lei affittava la camera non tanto per il guadagno quanto per avere compagnia, e s'era gi affezionata alla piccola Tea. Tea distribuiva i suoi freschi sorrisi con tanto garbo da non ingelosire nessuno: e perfino la donna di servizio le si mostrava affettuosa, una ragazzona bergamasca con una folta chioma rossa e uno strano viso faunesco, e una bizzarra arroganza nei modi, con tutti fuorch con Tea. Trovai che Tea aveva perso il suo bel colore, era dimagrita e pareva pi alta: forse erano state le febbri del vaccino. Quanto a Cecilia, la vidi disfatta ed esasperata, ancor pi ingrigita sia nei capelli che nel viso: la sua dolce grazia pareva perduta, in un fuoco che la divorava e del quale, stranamente, non si vedevano le fiamme ma soltanto la cenere. Mi spieg che s'era ridotta a quel modo per la tribolazione dei documenti: c'erano state difficolt in municipio perch non aveva la residenza: o qualche altro guaio del genere. Una disperazione, mi creda! e devo entrare in clinica, e non posso, perch ogni giorno mi dicono di tornare l'indomani, e sempre manca qualcosa, un visto o che so io... E ho tanta premura di entrare in clinica! Che gli ostacoli che incontrava sollecitassero la sua impazienza mi parve buon segno: finalmente dunque aveva vinto quella strana riluttanza iniziale a farsi curare.
In realt non avevo capito: Cecilia continuava a creare nuovi ostacoli che le impedissero di entrare in clinica: ma una volta che era riuscita a crearli, e le stavano dinanzi con obiettiva realt, allora se ne sentiva vittima, e si agitava, e giurava a tutti che, appena superate le presenti difficolt, sarebbe entrata in clinica immediatamente. Salvo poi, superati quegli ostacoli, darsi da fare per crearne degli altri. Gi non era pi lei, la limpida Cecilia che avevo conosciuta, gi cominciava a suddividersi, a complicarsi, a mentire a se stessa.
Difatti, dopo preparati tutti i documenti, fu la volta dei grembialini, della cartella, degli oggetti di cancelleria; e scrisse a casa che le mandassero il taglio d'un soprabitino che aveva comprato alcuni mesi prima, e poi dovette cercare la sarta... Non si pu mandarla a scuola col grembialino e basta, povera citt! E infine risolse di aspettare il primo giorno di scuola perch non le sembrava giusto che la cittina, proprio in un giorno cos importante, uscendo di scuola non trovasse la mamma ad aspettarla, per chiederle com'era andata la prima giornata di lezioni.
Insomma, in pi di quaranta giorni Cecilia non aveva fatto che avvicinarsi alla clinica, e s'era alloggiata in una camera che la fronteggiava, e portava ogni giorno la piccola a giocare nei giardinetti davanti all'Istituto: ma di pi non aveva saputo fare. La porta dell'Istituto era come una porta incantata: aveva un bel passare e ripassare l davanti, ma non riusciva a varcarne la soglia.
Il fatto  che delle cure misteriose che la aspettavano l dietro aveva e non aveva fiducia. Quel radium famoso se ne leggevano prodigi nei giornali e nelle riviste che andava accatastando nelle valige quel radium famoso poteva e non poteva farle bene: finch non l'avesse provato non l'avrebbe saputo con certezza. Ma di arrischiare la speranza che ancora le rimaneva non aveva il coraggio. C'era un articolo su una delle sue rivistine, che diceva cose mirabili sulla cura dei cancri con il radium: lo portava con s quando conduceva Tea nei giardini a giocare, davanti a quella porta, e sempre lo rileggeva. Ma di varcare la soglia incantata non era capace.


6.

Il 4 ottobre i sovietici lanciarono con successo il primo satellite artificiale, e sembra che questo non possa riguardare Cecilia. Invece poche persone al mondo subirono nella propria esistenza ripercussioni tanto importanti di quel lancio: difatti tornarono a fiorire, genuini e commoventi, i primitivi entusiasmi per la scienza. La sera successiva Cecilia era da me: e parlammo sin tardi del lancio, e dei suoi significati, e del nuovo avvenire che si schiudeva agli uomini.
Bisogna pensare che per Cecilia un "satellite" non era un oggetto del quale fossero note da secoli le leggi di movimento: fino al quattro ottobre per Cecilia la luna era una cosa misteriosamente sospesa nel cielo, inspiegabile come l'eternit: tanto inspiegabile che non si chiedevano neppure spiegazioni al riguardo. Che gli uomini avessero costruito una luna artificiale era per lei, secondo una stranezza psicologica molto diffusa, tanto pi straordinario in quanto non aveva mai neppure pensato che costruire una luna artificiale fosse difficile: o meglio, in quanto non si era mai chiesta se fosse difficile o facile. Era cos straordinario come lo sarebbe per noi se venisse creato un vivente artificiale, o addirittura un uomo artificiale... ma che dico? assai di pi: perch il problema dell'origine della vita non ci  del tutto ignoto, e una notizia di quel genere susciterebbe subito in noi l'idea di sintesi proteiche nuove, di un orientamento artificiale degli acidi nucleici, e cos via: cio ci disporremmo subito a tradurre la notizia in termini tecnici. E, tradotta in termini tecnici (il risultato attraverso i mezzi atti a raggiungerlo), qualunque notizia perde molto del suo potenziale emotivo; quel che provoca emozione  la contemplazione del risultato mentre si ignora tutto dei mezzi, o si fa riferimento a mezzi usuali, che nella vita quotidiana dell'esperienza provocano risultati tutti diversi. Questa  in fondo la grande differenza tra un racconto di fiaba e un moderno racconto di fantascienza: la fantascienza espone una situazione fantastica ma d per presupposto sottinteso che questa situazione sia un risultato raggiunto attraverso mezzi e strumenti adatti; e la fiaba invece suppone che, ad un'analoga situazione, si sia giunti senza mezzo alcuno, oppure con un mezzo che l'esperienza ci ha fatto usare molte volte senza mai pervenire ad alcun risultato notevole: un filtro d'erbe, o una bacchetta, o un qualsiasi altro oggetto dall'apparenza assolutamente usuale. Cio la fiaba ignora completamente il mezzo, e se non lo ignora tuttavia non se ne cura (il mezzo non ha alcuna propria realt, congruenza col fine).
Ebbene, Cecilia si trovava tutt'a un tratto in piena fiaba, poich lei dei mezzi non sapeva nulla: nulla di astronomia, nulla di balistica, nulla di meccanica, nulla di nulla: non sapeva neppure che alcuni dei problemi implicati nella costruzione di una luna artificiale erano stati studiati da secoli, come le leggi astronomiche. Per lei, dunque, le cose erano avvenute tutt'a un tratto: si va a letto una sera guardando la luna, ed  una sola, e sta lass da sempre: ci si risveglia al mattino e le lune sono due, e una l'hanno mandata lass gli uomini: uomini di cui lei non sa niente, fuorch una cosa: che sono del suo stesso partito.
Ho dovuto starle molto accanto, e spogliarmi di me stessa il pi possibile, per riuscire a capire il suo punto di vista: e non riesco a ricostruirlo, dentro di me, che per brevi momenti (non si riesce mai a dimenticare quel che si sa). Capivo soltanto questo, con sicurezza: che per me, e per molti come me, la costruzione di un satellite corrispondeva alla soluzione di un problema tecnico (un problema di combustibile, un problema di materiali di costruzione) ma non sollevava alcuna cortina su alcun mistero: e per Cecilia invece, e per molti come lei, che non avevano la pi lontana idea di problemi tecnici, il satellite era quasi una rivelazione, per quanto oscura e incompleta come un oracolo di sibilla. Del resto non fu lei sola a interpretarlo a quel modo: molti reagirono con una emozione simile alla sua, anche persone di cultura, come scrittori e giornalisti.
Sicch devo dire che quelli furono giorni un po' sgradevoli per me, che mi sentivo come uno di quei tipi scettici a tutti i costi, che tutto mettono in dubbio e tutto minimizzano per loro congenita meschinit. Di fronte a Cecilia per mi riusc facile dissimulare il mio diverso modo di sentire e di pensare, adeguarmi al suo entusiasmo, perch in lei l'ingenuit che di solito mi viene presto a noia mi riusciva invece simpatica e attraente, mi commuoveva persino.
Citer un piccolo episodio, insignificante, ma che pu dare un'idea di quanto fosse distante dal nostro l'antico mondo da cui proveniva Cecilia, in linea retta e senza tappe intermedie.
In quei giorni Tea, sentendo sempre parlare di grandi scoperte e grandi invenzioni, si poneva, anche lei, molte domande. Lei si poneva domande circa gli oggetti che colpivano di pi la sua fantasia, e naturalmente non erano le lune artificiali, ma piuttosto i juke-boxes.
Eravamo entrate in un bar, e c'era una di quelle tremende macchine in funzione; un ragazzo introdusse un nuovo gettone e la macchina, con i suoi lenti tentacoli interiori, apparentemente cos goffi ma in realt cos precisi, frug nelle proprie viscere, estrasse dai propri intestini un disco, e, ponendoselo in grembo, cominci ad accarezzarlo con la mano che porta la puntina, lentamente: Tea contemplava lo spettacolo con orrore affascinato, stretta alle gonne della madre, e quando risuonarono le prime note ebbe un soprassalto. Cecilia rise: Quelle macchine l'hanno tanto impressionata che se le sogna di notte, sogna che la inseguono per casa, vero, Tea? Tea annu: ma gi la fase del terrore superstizioso che nei primi giorni l'aveva dominata stava svanendo: gi era arrivata al punto di farsi le domande. E per la domanda che mi fece era sbagliata, in un modo strano e sorprendente. Mi chiese: Ma quando hanno scoperto quella macchina, come hanno fatto a capire che serviva a suonare i dischi?
Allora cercai di spiegarle che differenza c' tra una scoperta e un'invenzione. Ma non credo di essere stata molto abile: non ho mai avuto bambini miei, e temo di non saper parlare un linguaggio comprensibile ai bambini.
Il risultato delle mie spiegazioni fu per quasi altrettanto sorprendente delle domande di Tea: difatti, mentre Tea taceva un po' annoiata, e gi pensava ad altro, Cecilia mi ascoltava con grande interesse: Vede un po', mi disse, ammirata, io questa differenza tra una scoperta e un'invenzione proprio non la sapevo. Voglio dire, naturalmente in pratica la so, e lo so che differenza c' tra scoprire l'America che c'era gi e costruire una macchina che prima non c'era... ma insomma non l'avrei saputo spiegare cos bene, ecco -. Il fatto  che, contrariamente a quanto lei credeva di se stessa, la distinzione operava in lei solo negli strati superficiali e negli accostamenti pi empirici alla vita: ma nel profondo ne sapeva quanto Tea.
Questo mi venne provato da una domanda che mi fece, strana e sorprendente, a suo modo, quasi quanto la domanda di Tea. Dopo un silenzio riflessivo, difatti, mi chiese: Ma che cosa  pi importante? una scoperta o un'invenzione?
- Oh, santo cielo... mormorai, sbalordita nel vedermi risorgere davanti, sotto un cos inatteso travestimento, il Vecchio Problema: se si tratta di conoscere il mondo, o piuttosto di trasformarlo. S,  vero che abbiamo preso il partito di trasformarlo: ma questo non ha ancora dato definitiva risposta all'eterna domanda che gira su se stessa, se l'azione serva alla conoscenza, o la conoscenza all'azione. (Ed  quasi scandaloso che circoli per le strade gente cos ingenua da porre a bruciapelo simili interrogativi!) Non saprei, risposi infine, si riesce a fare una grande invenzione soltanto dopo mille piccole scoperte -. Cecilia mi guard dubbiosa, forse un po' delusa. Ah s?  cos? e come si fa una grande scoperta? - Lo stesso, replicai, anche una grande scoperta si fa dopo mille piccole invenzioni. Hanno scoperto i microbi delle malattie dopo avere inventato il microscopio, e il microscopio lo hanno inventato dopo le lenti, e le lenti le hanno inventate dopo il vetro. Ah s?  cos? ripet Cecilia: e mi parve di leggere pi chiaramente, sul suo viso, una cert'aria di perplessit, e di incomprensione: al margine della delusione, ma pronta a ritirarsi. La strada per le grandi scoperte o per le grandi invenzioni non era fatta dunque di balzi prodigiosi e quasi magici, ma di minuscole pietre accostate l'una all'altra con sottilissime commessure: e allora dov'era il prodigio? Se c' una continuit ininterrotta tra i mezzi e il fine, dov' la magia? Tra me risi, di me e di lei sedute insieme a un tavolino di bar vicino a un juke-box, e illuse d'esser vicine e poterci capire: per me la continuit tra i mezzi e il fine  parte integrante della mia visione del mondo: e per lei  un panorama straniero e sconcertante: indecifrabile. Ebbi improvvisamente la percezione che anche le sue speranze (di salvarsi, di guarire, di un'invenzione terapeutica nuova, capace di strapparla al suo destino) erano in fondo - speranze nei prodigi. Un mondo senza prodigi sarebbe stato, per lei, un mondo senza speranze.
Ma per fortuna anche lei, come la piccola Tea, faceva domande stravaganti ma non ascoltava completamente le risposte. Di fronte a cose pi importanti i satelliti artificiali o le cause delle malattie si trovava in una situazione simile a quella di Tea di fronte all'infernale macchina della musica: si abituava alla loro presenza pur senza capirne l'intima natura. E il piccolo smeraldo saettante nel cielo rimase per lei anche dopo i miei infelici tentativi di spiegazione un mistero dell'universo.
Per lei, come per tanti altri. E, come tanti altri, anche lei concep per Sputnik un vero affetto, profondo e subitaneo. Con un'ingenuit che in altri mi avrebbe lievemente irritata, lo ritenne cosa sua; lo avevano fatto i comunisti, e dunque era un poco anche suo. Fino a quel giorno non me lo aveva detto, di essere comunista, per quanto m'avesse lasciato capire di essere di sinistra: non credo che avesse taciuto per doppiezza, ma forse perch, non conoscendo il mio pensiero, non voleva urtarmi: forse perch era commossa e agitata da tante cose, che la passione politica pur cos viva nella gente toscana ne era rimasta offuscata; e fors'anche perch, come mi parve poi di capire, per un certo tempo s'era sentita a disagio, dopo tutte le polemiche che si erano accese in campo comunista: e a lei, cos umana e affettuosa, l'idea dei carri armati in Budapest era riuscita penosissima. Ma il pigolio di Sputnik le ridiede fiducia. Tutto il mondo riconosceva che il lancio del satellite era una cosa prodigiosa, e chi aveva compiuto questo prodigio erano i suoi compagni di partito.
Molto viva e radicata era in lei la persuasione che non si trattava di semplice coincidenza: erano riusciti a lanciare il satellite perch erano comunisti. Naturalmente sapeva spiegare in modo razionale questa sua persuasione, e i giornali gliene suggerivano ampiamente gli argomenti: una societ socialista dedica maggiori cure alla preparazione scientifica, agli studi, e cos via. Eppure, al di sotto di questi ragionamenti molto corretti, io sentivo che c'era in lei, pi profonda e radicata, una persuasione irrazionale: che i comunisti fossero riusciti prima degli altri perch erano migliori degli altri: pi intelligenti, e onesti, e studiosi, e ricchi di buone intenzioni.
In qualche modo, il buon successo del lancio del satellite era il premio della loro bont e bravura. Lei aderiva al partito comunista con la parte migliore di s altruismo, e desiderio di giustizia, e senso di dignit, e anche con la parte migliore della sua intelligenza e cos le pareva che il comunismo raccogliesse naturalmente la parte migliore dell'umanit: ed era naturale che la parte migliore dell'umanit riuscisse a fare cose meravigliose. Mi resi conto cos che per lei l'adesione al partito costituiva un fatto assai diverso che per me. Per me significava, ovviamente, un pratico contributo a un'attivit comune; per lei significava, almeno sotto certi aspetti, la partecipazione a un fatto di natura quasi mistica. Aderiva al partito con quel che aveva di meglio, i suoi migliori pensieri e i suoi migliori sentimenti: e da quel crogiuolo in cui si versano i pensieri e i sentimenti migliori dell'umanit usciva una luce che tornava su di lei come su ciascuno: e lei, come ciascuno, riceveva pi di quel che aveva donato.
Nella sua concezione che le parole sanno spiegare solo in parte, perch le parole sono fatte per esprimere pi la logica che l'irrazionale una creatura umana si iscrive al partito comunista in quanto  onesta, intelligente, buona: ma immediatamente, per il solo fatto di essersi iscritta, diventa ancora pi onesta, pi intelligente, pi buona, perch in qualche modo si sono aggiunte, alle sue virt, anche l'onest e la bont e l'intelligenza dei suoi compagni. Una specie di comunione mistica tra i migliori del mondo, che li rende ancora migliori. Ricordai che anche Gramsci aveva colto questo aspetto del legame di partito: ci sono domande a cui non so rispondere, ma quel che conta  il fatto che sono iscritta allo stesso partito delle persone che sanno rispondere a tutte le domande. E adesso c'era una sfera d'acciaio sospesa sulla terra, a simboleggiare questo tipo di unione tra gli uomini. E come questo tipo di unione era pi che un'unione, cos quell'attrezzo metallico era qualcosa di pi che un attrezzo metallico: lo si indicava col nome di Sputnik, senza articolo e con la maiuscola, come si trattasse di un nome personale: gli si voleva bene, e la gente giudicava che avesse persino una voce gradevole e simpatica: si parl addirittura di un "pigolio commovente".
Che questi atteggiamenti fossero molto diffusi e credo che nessuno di noi ne sia stato completamente indenne mostra come qualcosa del mondo intimo di Cecilia sia presente, sotterraneo, in ciascuno di noi, anche tra i pi smaliziati. In lei per quel mondo intimo era meno sotterraneo, affiorava pi ingenuamente alla luce: antico mondo di rapporti mistici, di magiche causalit. Era estraneo a una parte di me, e familiare a un'altra parte di me: e la bizzarra simultaneit dell'estraneo e del familiare suscitava un'irresistibile tenerissima simpatia.
Mai gli zodiaci degli astrologi, mai le congiunzioni e le opposizioni dei corpi celesti vennero pi ansiosamente consultati da creature dubbiose: visto apparite Sputnik nel mite cielo autunnale, Cecilia decise di entrare in clinica. Se costruire una luna  cosa, a dire di tutti, tanto meravigliosa, e se gli uomini riescono a costruire una luna, a maggior ragione riusciranno a guarire il cancro, tanto pi vicino e noto. La gi vacillante fiducia nei progressi della scienza riprese vigore improvviso, e tre giorni dopo il lancio della luna Cecilia trovava la forza di varcare la soglia incantata di piazzale Gorini. Tra l'altro, si era convinta che per un comunista la fiducia nella scienza  doverosa. Il magnifico nuovo mondo di fronte al quale prima si era inginocchiata implorante e poi aveva esitato dubbiosa, ora la accoglieva con piena cittadinanza: lei faceva parte del popolo dei migliori della terra, coloro che sanno lanciare nuove lune nel cielo; e a quel popolo appartengono il governo delle radiazioni misteriose e, certamente, le pi prodigiose guarigioni; gli appartengono le speranze, gli appartengono le certezze.


7.

Ottobre , a Milano, il mese del pi fervido dinamismo: tornati dalla villeggiatura in preda suppongo a un vero e proprio senso di colpa, i milanesi si buttano nel lavoro con uno zelo travolgente: e finisce col lasciarsene travolgere, e non pu sottrarvisi, anche chi, come me, starebbe tanto volentieri in pace. Lo scorso ottobre dovetti mettere a punto una relazione per un congresso medico: sul piano teorico non era molto impegnativa, ma esigeva per contro una vasta e minuziosa documentazione, e perci, per parecchie settimane, non potei staccarmi dal fotografo, dal disegnatore, e dall'operatore cinematografico. Naturalmente facemmo una gran quantit di fotografie inutili, e sulla pellicola impressionata, e poi non utilizzata,  pietoso non indagare. Detestavo quell'attivit febbrile e inconcludente, ma dovetti dedicarle tutte le ore e le giornate che mi rimanevano libere dal servizio ospedaliero e ambulatoriale. Perci, con mio grande rammarico, non potei andare a trovare Cecilia.
Avevo regolarmente sue notizie, per, da un amico che lavora all'Istituto. Le notizie non erano cattive: il tumore, essendo di primitiva origine polmonare, era sensibile alle radiazioni, e per qualche tempo si sarebbe potuto dominarlo. Inoltre Cecilia si era cos trascurata negli ultimi tempi, che parte delle sue sofferenze e del suo terribile deperimento era dovuta pi alla denutrizione che all'invasione neoplastica: e cos, nutrendola per via parenterale, e fornendole trasfusioni di sangue e un massiccio apporto di aminoacidi, di zucchero, di vitamine, e di ormoni surrenali, si sarebbe forse potuto, per un po', ridar la carica alla molla esaurita. Per troppo tempo non era stato fatto assolutamente nulla per lei, e cos quel che noi faremo avr certamente un risultato positivo, anche se transitorio, mi disse il collega: e c'era nelle sue parole una sfumatura di stupito rimprovero. Un po' a disagio, cercai di chiarire: Io non sono il suo medico curante, Cecilia  una mia buona conoscente, forse un'amica: ma non mi ha mai chiesto il pi piccolo consiglio medico, e sai che consigli non richiesti non se ne danno a nessuno... Tutto questo era vero, alla lettera: ma vidi che il collega non era molto convinto. In seguito seppi che Cecilia aveva parlato di me con grande ammirazione, e naturalmente questo, all'apparenza, contrastava col fatto che non mi avesse mai chiesto un consiglio medico. E ci spiegava la perplessit del collega.
I medici dunque erano relativamente soddisfatti: la radiografia mostrava una certa diminuzione della massa infiltrante, il sangue nelle feci era diminuito, l'emoglobina circolante era aumentata... le notizie che ricevevo mi parlavano di una Cecilia scomposta in una serie di indici e di percentuali, ognuno dei quali mi induceva a rallegrarmi col collega per l'esatta impostazione che evidentemente era stata data alle cure.
I medici, dunque, erano soddisfatti: ma Cecilia era disperata.
In un certo senso, pi loro si rallegravano dei risultati che provette e microscopi riuscivano a mettere in evidenza, pi lei si disperava: e un giorno che il primario le disse: Bene, andiamo proprio bene, cara Cecilia, lei ruppe in un pianto amarissimo replicando: Allora  vero che  finita per me.
Quando, sempre con quell'aria un po' perplessa, il mio giovane amico mi rifer questo episodio, e quasi aveva l'aria di chiamarmi responsabile, stavolta non delle disastrose condizioni fisiche della paziente, ma piuttosto delle sue strane reazioni psicologiche, mi fu chiaro quel ch'era accaduto a Cecilia. Lei s'era aspettata non dico di guarire per quanto, chi sa? ma almeno di sentirsi rinvigorire, rifiorire: e per contro questi miglioramenti che potevano mettersi in evidenza solo col microscopio erano un'amara delusione. Che poi i medici se ne rallegrassero come di insperata vittoria, questo significava, per lei, veramente una definitiva condanna. Sotto un certo aspetto si sarebbe disperata meno per un totale insuccesso: perch un totale insuccesso avrebbe voluto dire, secondo lei, la possibilit che si fosse "sbagliata la cura", come  solita dire la gente: e cio avrebbe voluto dire la possibilit, almeno teorica, di cambiare strada, di trovare una cura "pi giusta". Mesi di attesa, di implorazioni, di dubbi, di entusiasmi, di speranze nutrite con febbrile ardore, e poi il miglioramento c', e tutti si rallegrano di questo con lei... e si tratta di cos misera impercettibile cosa!
Lo comprendevo molto bene: non c'era stato forse un giorno, da studentessa, in cui proprio il concetto di guarigione mi aveva fatto imbattere d'improvviso e disperatamente nel concetto della inevitabilit della morte?
Lo rammento ancora: ci mostrarono, a lezione, una serie di radiografie di un femore fratturato. Nella prima lastra, quel femore era come un bastone rotto: con quell'angolo, con quegli spigoli, con quelle schegge, si rompe un bastone piegato a forza su un ginocchio. Il femore aveva obbedito alle medesime leggi fisiche alle quali obbedisce un bastone, e piegato da eguali forze si era rotto in egual modo. Ma nelle lastre successive si vedeva quel femore fare ci che un bastone non avrebbe mai potuto fare: una nubecola biancastra si protendeva dall'uno verso l'altro dei frammenti, imprecisa come un grigio ectoplasma: dava l'idea di una cosa cieca e informe che cerca a tastoni il proprio destino. La serie dei radiogrammi, presi a lunghi intervalli tra loro, e proiettati invece uno di seguito all'altro, accelerava i tempi di quello sviluppo: cieca e informe, la grigia nubecola lo trova, il proprio destino: si stende tra i frammenti come un ponte, e li ingloba e li avvolge. Poi si fa pi sicura di s, si rafforza, si fa pi densa, grossa, esuberante: crea una massa superflua. E a poco a poco, poi, si disciplina: ordina in minuti pilastri e lamelle la propria sostanza, secondo linee di forza e di carico; e dopo raggiunta questa interiore armonia retrae la massa esuberante: e nell'armonia di funzione ritrova un'armonia di forme... cos, dopo anni, il processo di guarigione  perfetto: rimane soltanto un lieve ingrossamento a fuso, a contorni leggermente addensati. Ecco, questa  una guarigione perfetta, disse l'assistente che illustrava i radiogrammi.
E per quell'immagine cos plastica, cos convincente, della perfetta guarigione, mi ricordai d'improvviso che dobbiamo morire.
Perch un bastone pu rompersi esattamente come un osso vivente, ma non pu, come l'osso vivente, accostare i propri frammenti, e spremerne un grigio ectoplasma, e con esso saldarli: questo il bastone non pu farlo perch non  vivo: e per questo non pu morire. Ma le nostre ossa vive che si rompono secondo leggi meccaniche ma si riparano secondo altre e diverse leggi, le nostre ossa vive pagheranno questi prodigi con la morte. Chi dice che solo di malattie si muore, o di fratture, o di ferite? si muore di nascita, si muore di guarigioni, si muore di vita. E forse si pu sperare che una malattia o una ferita rinuncino a esigere il proprio credito, ma non si pu sperare che i prodigi della guarigione e della vita vi rinuncino: forse non morirai della ferita che ti hanno inferto, ma certamente morirai della capacit che hanno le tue vene spalancate di collabire, e il fluente sangue di coagulare, e la tua pelle di cicatrizzarsi. Forse non morirai della ferita, ma della tua capacit di guarirne, certamente, un giorno o l'altro morirai.
Queste confuse sensazioni mi sgomentavano quel giorno lontano, mentre l'assistente radiologo illustrava le lastre: e la morte, di fronte alla quale solitamente mi impenno rifiutandola, come incomprensibile e assurda, mi apparve irrefutabile, logica, connaturata a noi stessi. Non la barriera esterna contro la quale si urta, ma il limite interiore che ci definisce e che, persino, ci consente di essere, per un periodo di tempo, vivi. Ma quanto pi ineluttabile cos, quanto pi senza scampo.
E quante volte, dopo di allora, dovevo ritrovare simili sensazioni! assurdo  che un sano si ammali: non si riesce a vedere la malattia implicita nella salute. Ma che l'ammalato grave muoia, a un certo punto diviene una logica necessit, la morte  implicita in tutte le alterazioni dei suoi umori e dei suoi tessuti, che le nostre provette e i nostri microscopi riescono a sorprendere: implicita come conseguenza nelle alterazioni da aggravamento, implicita come prezzo da pagare nelle alterazioni da guarigione: e il processo del morire  lo sviluppo esplicito di un fenomeno che era gi tutto contenuto, in seme, nei suoi minimi inizi.
A questo punto sopravviene uno strano distacco tra medico e malato; e, con minore conoscenza di cause, ma con ancor pi sensibile effetto, tra i parenti e il malato.  il momento in cui il medico circoscrive alla "terapia sintomatica" (e magari soprattutto alla morfina) le proprie prescrizioni:  il momento in cui i parenti cominciano a mormorare: Sarebbe una liberazione, non tanto per noi quanto per lui poveretto... Ci che il malato avverte e pensa in quel momento non m' mai riuscito di comprenderlo: ma non  fuor di luogo pensare che queste reazioni degli altri, anche se taciute o mormorate appena, in qualche modo gli giungano, come conferme alla sua condanna.
Ebbi timore che questo accadesse a Cecilia: ma soprattutto, conoscendo Cecilia, non era fuori di luogo pensare che quella sua sensibilit cos lucida e acuta, cos capace di adeguarsi ai nuovi ambienti, e di abbandonare vecchi moduli per acquisire nuove capacit di percezione e di riflessione, venisse troppo cimentata, e quasi esasperata, dalla vita d'ospedale. Interrogata ogni mattino scrupolosamente: ogni giorno attentamente scrutata, palpata, esplorata, auscultata; ogni giorno esaminato contro luce il suo sangue e paragonato a colori di campione; ogni giorno arricchita la sua cartella clinica di diagrammi ascendenti o discendenti... avrebbe finito certamente non per capire ma per intuire i nessi apparentemente misteriosi che collegavano tutte queste minuziose indagini; e certo avrebbe finito per intuire, con sicurezza sempre maggiore, il nesso che collegava tra loro le variazioni giornaliere delle sue attivit e manifestazioni vitali: un nesso che non era misterioso, se non nel senso che  misteriosa la morte. La vita d'ospedale, a lungo andare, e tanto pi in fretta quanto pi l'ammalato  intelligente e sensibile, e in gravi condizioni fisiche ma intatto nelle facolt psichiche, chiama l'ammalato a condividere in parte la situazione del medico: triste situazione di impotente testimone, disperato e meticoloso testimone. La vita d'ospedale induce a riflettere sui fenomeni vitali, sulle loro alternative di progresso e regressione: a riflettere sulle leggi biologiche: e pi che a riflettervi, ad ascoltarle, a sentirle, a sentirle agire sul proprio corpo, istante per istante, in una infinita serie di istanti collegati tra loro, allineati tra loro in una linea che non ha pi nulla di misterioso se non nel fatto che dopo la sua fine c' il mistero. Questo temevo per Cecilia: che nella vita d'ospedale, imparando ad ascoltarsi vivere momento per momento, finisse per sentirsi, momento per momento, morire. Che la morte non le apparisse come la barriera esterna, alla quale  pensabile di sfuggire almeno per ora, ma come il limite interiore: sviluppo esplicito di dati e fatti gi tutti esistenti in lei; e misurabili; e visibili al microscopio, distesi sopra un vetrino.
Gi la morte aveva cominciato a rivelarlesi come logica necessit, e ne facevan fede le parole, apparentemente incongrue, che aveva detto al primario: poich quello stato di sofferenza appena appena mitigato costituiva la sperata vittoria contro la morte, e persino maggiore di quanto si fosse osato sperare, proprio per questo si convinceva che "era finita" per lei. Vedeva la strada verso la morte non pi come un susseguirsi di balzi misteriosi, cos misteriosi che si possa sperare un balzo indietro allo stesso modo come si teme un balzo in avanti: ma cominciava ormai anche lei a vedere la strada verso la morte come noi medici la vediamo, un susseguirsi di modificazioni graduali, e collegate, e perci irreversibili. Quel che noi vediamo da testimoni lei lo sentiva in s oscuramente: quel lento progressivo annodarsi di infiniti nodi sempre pi stretti. Il rallegrarsi dei medici per i suoi magri progressi le diceva che non si poteva credere alla guarigione prodigiosa, alla spada sfolgorante che avrebbe reciso d'un sol colpo, istantaneo e felice, quella miriade di nodi. Avrebbe allora dovuto ripiegare sulla speranza che invisibili dita sottili sciogliessero uno per uno gli infiniti strettissimi nodi che ormai legavano tutti i suoi visceri: e questa era una speranza ancor pi difficile, ancora pi ardua. Dove crolla la speranza nell'unico luminoso miracoloso prodigio totale, non pu reggere la speranza di molteplici, pazienti, innumerevoli, prodigi graduali. Anche il giocatore pi folle pu sperare di vincere d'un sol colpo un milione, ma non riuscirebbe a sperare di vincere centomila volte dieci lire. Ricordavo la mentalit "magica" di Cecilia: se le veniva meno la speranza nella guarigione rapida e totale magica, appunto temevo che nessuna speranza, pi modesta, pi tenue, potesse sorreggersi.
Decisi di andare a trovare Cecilia, per vedere se non fosse ormai tempo di portarla via dalla clinica.
Fu in una mattina festiva dei primi di dicembre che andai a trovarla, e precisamente la mattina del giorno di Sant'Ambrogio: lo rammento bene, perch prima di uscire telefonai alla padrona di casa, la signora Angela. Mi rispose che quel giorno sarebbe andata anche lei a far visita a Cecilia, ma soltanto molto tardi, perch Tea aveva sentito le compagne di scuola parlare della fiera di Sant'Ambrogio, e aveva tanto pregato la signora Angela di condurvela. Fui contenta al pensiero di poter restare sola con Cecilia, e di poter parlare tranquillamente con lei.

Ebbi la fortuna di incontrare il primario nei corridoi dell'Istituto: mi riconobbe vagamente, e mi chiese se mi interessavo di qualcuno dei suoi pazienti. Quando seppe che si trattava di Cecilia mi disse che sarebbe stato bene farla uscire dall'Istituto, perch era molto depressa; inoltre il primo ciclo di terapia radiante era ultimato, e le cure mediche potevano essere continuate a casa. Tra l'altro ho saputo che abita proprio qui di fronte, quindi non le sar difficile venire a farsi vedere anche due o tre volte alla settimana: non  necessario che rimanga qui... questo  un posto molto triste -. Lo disse sorridendo, e il sorriso fu un infittirsi di rughe sottili sul viso sottile, una pallida ragnatela sul volto di vecchio avorio (dicono che abbia detto a qualcuno che ha intenzione di lasciare la professione, e di occuparsi di collezionismo artistico, perch  stanco di curare gli inguaribili).
Lo ringraziai del suo consiglio, ma congedandomi da lui capivo che era venuto creandosi un altro problema. Difatti, proporre a Cecilia di uscire dall'Istituto sarebbe stato come dirle che ormai non si poteva fare pi nulla per lei. Queste cose i malati le capiscono: ma non bisogna mai, assolutamente mai, darne loro conferma. Decisi di ricorrere a una bugia.
Cecilia agit un braccio vedendomi passare nel corridoio, e io vidi quel richiamo che giungeva dalla penombra di una cameretta. Entrata nella stanza, schiusi le imposte per guardarla meglio, e in realt pareva lievissimamente migliorata: il viso era pallidissimo ma non pi cos terreo, e meno aguzzi erano gli zigomi; e le labbra erano lievissimamente rosate, per lo meno tanto da distinguerne il delicato disegno. Ma soprattutto gli occhi eran pi vivi, e nello stesso tempo meno ardenti, meno allucinati. Sorrise e mi apparve, pi pallido e pi stanco, appena accennato e tuttavia riconoscibile, il fresco fulgore del sorriso di Tea. Per la prima volta sorprendevo una rassomiglianza definibile, concreta, tra la madre e la bambina. Mi sedetti accanto al letto, e dissi a Cecilia che mi rincresceva moltissimo di doverle dire che l'Istituto aveva scarsit di letti e quindi necessit di avvicendare piuttosto rapidamente i malati; e lei era degente da quasi due mesi ormai, perci era stato deciso di dimetterla, anche pensando che, poich abitava cos vicino, non le sarebbe stato difficile sottoporsi a regolare controllo ambulatoriale. Naturalmente deplorai le disastrose condizioni ospedaliere del nostro paese, che non permettono neppure di portare a termine un trattamento medico cos bene avviato. E lei doveva promettere di presentarsi a controllo due o tre volte alla settimana, e di seguire le prescrizioni con assoluta diligenza: altrimenti i medici non l'avrebbero dimessa, ma avrebbero scelto un'altra da dimettere al suo posto, per liberare un letto. Cecilia accolse molto bene quel ch'io le dicevo: cos presentata, la dimissione costituiva un atto di sua libera scelta; anzi, un sacrificio che si chiedeva a lei e che, se lei si fosse rifiutata di compierlo, sarebbe stato chiesto a un'altra. Gentile e generosa com'era, subito acconsent: da tanto tempo era oggetto di cure, ed era lei che chiedeva, o comunque causava, sacrifici agii altri; perci aveva nostalgia, inconsapevolmente, che le si chiedesse qualche favore: nostalgia di mostrarsi compiacente, e di compiere qualche sacrificio a vantaggio altrui: Ma s, ma s, ci sar magari qualche poveretta che sta peggio di me -. E avrebbe voluto firmare il registro delle dimissioni volontarie, e uscire la sera stessa: ma poi si adatt ad aspettare la mattina successiva, per informare il primario che accettava di buon grado la dimissione. Mentre mi accomiatavo da lei, entrarono la signora Angela e Tea: Tea aveva al collo una di quelle colane di lucenti castagne, che si vendono alla fiera di sant'Ambrogio. Ne era fierissima, e si scandalizz all'idea della signora Angela, che quelle castagne si potessero anche mangiare. Quella piccina pareva proprio uscita da un album di ricordi della mia infanzia: di un pomeriggio piovoso e gioioso, stillante e sfavillante, trascorso alla fiera, anch'io avevo conservato una lucente collana di grosse castagne rossicce, una collana di luce d'autunno. Anche a me era sembrato impossibile che si potesse mangiarle: ma un anno dopo l'incanto era svanito, e le castagne, ritrovate in fondo a un cassetto, opache e raggrinzite, finirono nella spazzatura. Raccontai a Tea la mia piccola storia, e poi subito n'ebbi rimorso: perch si dev'essere sempre saggi? ma di avere rimorsi non valeva la pena; Tea non mi ascoltava, accarezzava la lucida collana boschereccia, la fulva luce d'autunno che non si poteva mangiare.


8.

Dimessa dalla clinica, Cecilia ricevette una lettera dal marito e dalla suocera: poteva tornare a casa? poteva fare il viaggio da sola? o sarebbero dovuti venire a prenderla?
Purtroppo la risposta sincera alla prima domanda sarebbe stata affermativa: ragioni particolari per trattenere Cecilia a Milano non ve n'erano, almeno fino al prossimo ciclo di irradiazioni, e anche le irradiazioni avrebbero potuto venir praticate a Pisa. Ma era vero o non era vero che un istituto specializzato offre maggiori possibilit, e dal punto di vista diagnostico e dal punto di vista terapeutico? Era vero o non era vero che all'atto stesso della dimissione le era stato raccomandato di presentarsi regolarmente agli ambulatori dell'Istituto, per frequenti minuziosi controlli clinici e di laboratorio? Eh s, certo, tutto questo era vero... perci, quando Cecilia rivolse a noi la domanda, se poteva o no lasciare Milano, sia il professore che io finimmo col dire che no, la cosa, tutto sommato, non era consigliabile. Con occhi lucenti Cecilia ansiosa ci assediava delle nostre stesse reticenze e menzogne: cos assediati, cos legati, non potevamo che cedere. E lei scrisse al marito che i medici le avevano assolutamente proibito di allontanarsi (una volta di pi vennero attribuiti ai medici disposizioni irragionevoli, ordini e divieti non sufficientemente motivati, ma tuttavia assoluti e imperiosi). Inoltre non sarebbe stato vantaggioso per Tea lasciare la scuola gi iniziata, o assentarsi troppo a lungo. Insomma, Cecilia si barricava febbrilmente a Milano, costruendo una serie di difese che i parenti avrebbero potuto smantellare solo dimostrandosi egoisti, improvvidi, avari, o ignoranti. Come, nei mesi precedenti, per un certo periodo aveva costruito tutte le ragioni che le impedivano di entrare in clinica, cos adesso costruiva tutte le ragioni che le impedivano di allontanarsene. La soglia di piazzale Gorini era pur sempre la soglia stregata: dapprima invalicabile, e ora cos potente da impedirle di ripartire.
Ma, anche per il nostro moderato consiglio, e soprattutto per schivare troppo insistenti richieste del marito, promise che avrebbe condotto Tea a casa, per pochi giorni, durante le vacanze di Natale. Era gi diventata abbastanza diplomatica per sapere che, qualche volta, un pretesto accampato all'ultimo momento  meno accettabile di una serie di buone ragioni predisposte in anticipo: o agiva cos per un'astuzia innocente e inconsapevole? Fatto sta che l'antivigilia di Natale mi telefon per farmi gli auguri, e anche Tea mi salut con la sua vocina gentile: sarebbero partite l'indomani, babbo e nonna le avevano preparato tanti regali.
Per avrei quasi potuto aspettarmelo: la mattina di Sant'Angelo Cecilia mi telefon di nuovo, lamentosa: proprio la sera dell'antivigilia s'era sentita male, era stata colta da una tremenda crisi di vomito. Proprio, guarda combinazione, dopo avermi telefonato, e mentre usciva di casa per andare a prendere i biglietti. Naturalmente aveva telegrafato a Pisa, e allora il marito era partito subito per venire a raggiungerla, e far Natale insieme alla moglie e alla bambina.
Mentre Cecilia mi telefonava, il marito per non era in casa: era andato fuori con Tea, che non voleva rinunciare a mettere i suoi piedini nei mucchi di neve, lei che neve non ne aveva mai vista.
Pi dal tono di voce che dalle parole capii che Cecilia era molto a disagio: la visita del marito, piuttosto che consolarla e rincuorarla, l'aveva turbata. Mi chiese se volevo andare da lei, e compresi che s'aspettava che l'aiutassi. Le dissi che sarei andata senz'altro, nel pomeriggio, poich era giorno di festa e non avevo altri impegni: mi rammaricai per di non aver previsto quella visita: difatti, se avessi pensato di vedere Tea nelle feste di Natale, avrei preparato qualche piccolo regalo; ma, colta alla sprovvista, non avevo in casa che la solita piccola collezione di panettoni che si accumula ogni Natale nelle case dei milanesi: e non potevo certamente portare a Tea un panettone, poich probabilmente ne aveva gi. Con mia grande sorpresa, mi sentii rispondere: Se non la disturba troppo, porti pure il panettone Queste parole mi indussero a vestirmi in fretta: ero impaziente di sapere per quale ragione Cecilia, solitamente cos discreta, cos riservata, s'era indotta a chiedermi di portarle il dolce. Che non avessero da mangiare? ma mi sarebbe sembrato un po' strano. Quando suonai alla porta dell'appartamento di piazzale Gorini sentii Tea che mi chiamava dalle scale: infreddolita e con le guance rosse stava rincasando per mano al babbo, un ometto cortese dall'aria imbarazzata. Cecilia venne ad aprirmi, Tea entr in casa tutta felice, eccitata: i suoi scarponcini portarono dappertutto neve e fanghiglia. Cecilia fece mostra di maravigliarsi nel vedere lo scatolone dei dolci che avevo con me, e mi rimprover affettuosamente perch "m'ero voluta disturbare". Io mi stupii della sua doppiezza: ma le vidi negli occhi una muta implorante richiesta di comprensione. Mi avrebbe spiegato pi tardi le ragioni del suo comportamento.
Fu Tea, invece, a rivelare le cose imbarazzanti, come di solito fanno, appunto, i bambini: Oh che bellezza, c' il panettone e il cioccolato e i canditi... hai visto babbo che non siamo rimasti senza mangiare?
Era accaduto questo: che la signora Angela era partita per la Riviera per andare a trascorrere le feste col figlio e la nuora; e la cameriera bergamasca, rimasta in libert, era andata, anche lei, a trovare la propria famiglia; quel che era rimasto in casa, di provviste alimentari, era stato dato in parte alla portinaia e in parte a una donnetta che veniva qualche volta a dare una mano per il bucato. Cecilia, che sino alla vigilia di Natale aveva previsto di partire anche lei, non aveva fatto nessun acquisto. E cos il marito, giunto inaspettato proprio in giorno di festa, aveva trovato la moglie e la bambina di fronte a un pranzo miseramente improvvisato, di spaghetti conditi con olio e di castagne le castagne di Sant'Ambrogio cotte nel latte. E poich nel giorno di Sant'Angelo i negozi erano ancora chiusi, e non c'era stato modo di comprar nulla, la mia offerta di un panettone era riuscita assai opportuna. Cecilia fece bollire il latte l'unica cosa che aveva potuto comprare e con grande divertimento di Tea mangiammo, fuori del normale orario dei pasti, marmellata e canditi e torrone: e il panettone, naturalmente.
Che il signor Amerigo fosse a disagio e rattristato lo comprendevo benissimo: tutta questa storia di imprevisti disguidi e di soluzioni improvvisate gli faceva comprendere quel che stava diventando la vita di Cecilia e Tea a Milano: un continuo disordine, una continua balorda improvvisazione, un continuo affidarsi a casuali speranze, e all'aiuto degli altri.
Probabilmente, anzi, l'impressione che egli ne riceveva era anche pi negativa di quanto la situazione in realt comportasse: era un piccolo impiegato pedante, una di quelle persone che si fan merito soprattutto del proprio senso d'ordine e del sapere "stare al proprio posto", e lo rendeva profondamente infelice il vedere moglie e figlia accampate in casa d'altri, nutrirsi di regali natalizi, quasi abituate, ormai, alle soluzioni impreviste e provvisorie. Una bambola e un golfino per Tea, uno scialletto per Cecilia, erano i regali che aveva portato da casa: ma Tea se li era gi dimenticati in un angolo, essendo bastata, a farglieli dimenticare, la vista dei dolci che uscivano dallo scatolone. Era comprensibile, poich aveva fame; ma anche in seguito, ormai sazia, non ramment minimamente i regali del padre: continu a insistere, invece, perch ci si alzasse da tavola e si andasse nell'altra stanza, a guardare la televisione. E poi, di fronte all'apparecchio non ci seppe stare: continuava a balzare dalla poltrona alla finestra, ed esigeva che tutti noi ci si occupasse del fatto, che riteneva straordinario, che aveva ripreso a nevicare. Intanto i regali di babbo e nonna stavano nell'angolo, negletti: e il signor Amerigo aveva la stessa aria squallida, di un oggetto fuori posto. Si vedeva chiaramente che era stato improvvisamente destituito dal suo paterno e maritale prestigio: e alla mancanza di prestigio suppliva col cipiglio e il dispotismo. La famiglia stava sfuggendo alla sua abituale autorit e responsabilit, poich poneva ormai problemi pi gravi di quelli ch'egli sapesse risolvere. Deluso di se stesso, non trovava di meglio che far pesare sugli altri il muto rimprovero della propria amarezza disorientata.
Se l'eccitazione di Tea era spontanea e quindi costituiva un aiuto per tutti, nello sforzo che facevamo di superare una situazione imbarazzante l'eccitazione di Cecilia, per contro, non faceva che aumentare il generale disagio. Le ragioni del disordinato comportamento di Cecilia erano molteplici: soprattutto la sconvolgeva il biasimo del marito, pi o meno chiaramente espresso, per aver mancato ai doveri materni, mettendo la bimba in condizione di non avere un pasto regolare, e proprio in giorni di festa (circostanza aggravante). Lunghi mesi di assenza da casa l'avevano abituata a una specie di vacanza, a non render conto a nessuno delle proprie azioni, per bizzarre che fossero state negli ultimi tempi: ora, invece, pareva proprio, come tante volte le donne, una bambina sgridata dagli adulti.
Non che i rimproveri del marito fossero particolarmente aspri: il signor Amerigo mostrava di rendersi conto delle condizioni di salute della moglie, che evidentemente avrebbero reso assurdo, e persino inumano, qualsiasi rimprovero appena appena un po' duro. Ma Cecilia esitava tra il chiedere e il rifiutare un'indulgenza dettata dalla considerazione del suo stato di salute: difatti, se avesse confessato che l'aver cura della piccola era diventato ormai un compito troppo gravoso per lei, il marito ne avrebbe potuto dedurre la necessit di riportare a casa la piccola Tea: e sotto questo aspetto era meglio passare per negligente, e venire rimproverata; perci, quando Amerigo mi chiese se non mi sembrava che la moglie avrebbe dovuto venire alleggerita del compito di badare a Tea, cos vivace e irrequieta com'era, Cecilia non mi diede neppur tempo di rispondere, e interloqu: Macch, macch, adesso sto proprio benino, la bimba non mi pesa per nulla, anzi m'annoierei a star qui sola a Milano.
Si accorse per subito dell'errore: Se stai benino e dici che a Milano non ti ci ritrovi, puoi tornare a casa, disse Amerigo, e potrai tornare qui per il secondo ciclo di applicazioni -. Allora naturalmente Cecilia ripieg: stava benino, s, ma non poi tanto da fidarsi di tornare a casa, il professore voleva tenerla sotto controllo, e infine anche il giorno prima si era sentita male, tanto da non poter partire come aveva in programma; era soggetta a quelle coliche, a quelle crisi di vomito, e non voleva sottrarsi alla vigilanza dei medici che l'avevano curata, che ormai la conoscevano.
E cos via, senza sapersi decidere: vantava le cure ricevute, con un ottimismo tutto artificioso, con una forzata vivacit che avrebbe dovuto persuaderci del suo benessere; e non appena sospettava che questo asserito miglioramento avrebbe potuto indurre il marito a ricondurla a casa, allora l'ottimismo cadeva, la fittizia vivacit si spegneva bruscamente: allora ricordava le coliche, i vomiti, le forze che le mancavano... Ma dunque le cure non le avevano fatto bene, non le avevan giovato per nulla: tanto valeva che tornasse a casa! Oh, no, anzi! e riprendeva a lodare i medici, le cure, l'Istituto, persino le suore cos premurose e si proclamava sicura che i malesseri erano passeggeri, che tra pochi giorni sarebbe stata gi bene. E di ognuna di queste asserzioni contraddittorie mi chiamava testimone, appellandosi appassionatamente al mio giudizio. La vedevo artificiosa, addirittura insincera, e tanto pi me ne addoloravo quanto pi cercavo di richiamarmi alla memoria le ragioni che me l'avevano resa tanto simpatica e tanto cara: quella schiettezza, quel che di genuino, di creatura semplice e retta. E ora invece complicata e tortuosa, e non pi affatto genuina, anzi calcolata in ogni atteggiamento, in ogni parola. A malincuore le davo quella complicit che mi chiedeva; e mi sentivo umiliata per lei. Umiliata perch mi trovavo in presenza di una creatura non libera delle proprie decisioni ma costretta a giustificarle con meschini artifici, eppure consapevole che si trattava delle ultime decisioni della sua esistenza, e quindi del fondamentale diritto di assumerle in tutta libert. Che rinunciasse a rivendicare questo diritto, e preferisse le scorciatoie dei piccoli inganni, tutto questo non somigliava alla primitiva immagine che m'ero fatta di Cecilia, e alla sua pi vera natura.
Come succede spesso quando ci si trova a disagio con gli adulti, preferii occuparmi di Tea, e mostrare che soprattutto di Tea mi interessavo, e soprattutto lei ero venuta a trovare.
Ma anche qui mi aspettava una delusione: per quanto, fortunatamente, non cos grave. Difatti chiesi a Tea se le piaceva andare a scuola, e che cosa aveva imparato: e a questa domanda la Tea che conoscevo scomparve, ne comparve un'altra: imprevista e deludente. Volle recitare una poesiola per mostrarmi quel che le avevano insegnato a scuola: e col dono d'imitazione tipico dei bambini assunse tutti gli errori di pronuncia delle sue amiche milanesi, lei che aveva un accento toscano cos bello. Mi fece ridere e inorridire, pronunciando castta e con la  aperta e lunga: sembrava che avesse colto, dalle sue compagne di scuola, i difetti pi ridicoli, e che cercasse di copiarli, e persino di esagerarli, come modelli di perfezione. Dio, che strazio, quella poesia natalizia: e gli artificiosi errori di pronuncia erano ancora tollerabili, in confronto alla recitazione meccanica e convenzionale, con le artificiose intonazioni patetiche, e l'artificioso riprender fiato ad ogni principio di verso. Cos fanno i bambini che recitano a memoria senza capire quel che dicono, e cos faceva Tea, malgrado il testo fosse cos semplice che lei certamente lo comprendeva benissimo: e magari avesse potuto renderlo del tutto incomprensibile a furia di cattiva pronuncia e di recitazione melensa, quel testo svenevole dalle facili rime diminutive in etta e ino. Insomma, la grazia schietta e puerile di Tea era divenuta del tutto irriconoscibile in quell'insulso bamboleggiamento, che in qualche momento giunse persino a una presunta-vezzosa balbuzie. Anche Cecilia era assai stupita, e io cercai di attenuare il disastroso effetto di quella poesia natalizia dichiarando che tutte le bambine, quando cominciano ad andare a scuola, diventano cos "smorfiosette". Tea si offese: a lei pareva di aver compiuto un grande sforzo sulla strada della buona educazione, suppongo. Per dimostrare altri positivi risultati del suo sforzo culturale volle mostrarmi la letterina di auguri scritta a mamma e a "pap". Nel tentativo di rasserenare il marito tra l'altro visibilmente seccato di simili intrusioni tradizionalistiche nella sua vita di segretario amministrativo di una sezione del PCI Cecilia osserv che la maestra era indubbiamente molto brava, e molto aggiornata nei metodi moderni di insegnamento, che consentono di portare la scolaresca a scrivere una letterina, dopo neppure tre mesi di scuola. Tuttavia non seppe trattenersi dall'osservare: Ma perch scrivi pap? S' sempre detto babbo, mi pare.
Erano entrambe, Cecilia e Tea, alterate e avvilite: qualcosa della loro primitiva sincerit e libert s'era perduto. Non erano pi persone libere, affidate al variare appassionato e genuino degli impulsi. Conoscevano la costrizione, il dover rendere conto ad altri, il dover modificare se stesse; oppure giustificarsi; o, comunque, condursi con diplomazia, destreggiandosi tra esigenze contrastanti. Quel che era loro accaduto non era poi, in fondo, n grave n eccezionale: anzi, forse, erano soltanto venute impigliandosi nel pi comune dei destini. Ma io sentivo, guardandole, che le cose genuine e nobili si erano in qualche modo sofisticate e degradate. Avevo concepito una grande simpatia per loro in virt della loro spontaneit cos aggraziata e originale; ora continuavo a provare, per loro, simpatia e affetto, ma piuttosto a causa di un comune ed inesprimibile rimpianto per le cose perdute: tanto tenui da non poter neppure parlarne, e tanto preziose da averne cos penosa nostalgia. E che la nostalgia e il rimpianto fossero non solo in me ma in noi, lo seppi quando le salutai per andar via: e vidi sui visi di entrambe una mestizia sottile, e sul viso di Cecilia un'espressione quasi di scusa. Ebbi in quel momento, per la prima volta, il timore che la morte non fosse la sola cosa temibile: altri mutamenti sarebbero sopraggiunti, e le cose lontane e delicate si sarebbero fatte, purtroppo, sempre pi lontane.
M'accorgo che queste pagine possono far pensare a una mia irragionevole e immotivata antipatia verso il marito di Cecilia: irragionevole forse lo era, immotivata credo di no.
Lo avevo rapidamente inquadrato nella categoria dei "parenti dei malati", categoria che non riesce, in genere, molto simpatica ai medici. I parenti sono generalmente portati ad assumere, nei confronti dei malati gravi, uno di questi due atteggiamenti, entrambi molto irritanti per il medico: o dimenticano totalmente la personalit propria del malato e lo considerano semplicemente come un bersaglio di aghi da siringa, che se ne deve stare quieto e buono in un letto a ingoiare pastiglie e a procedere senza riluttanza lungo la strada del suo implacabile destino (in questo caso versano lacrime ma in complesso sono soddisfatti di dichiarare che il poveretto "si  fatto una ragione, si  rassegnato finalmente"); oppure rifiutano assolutamente di rendersi conto di ci che sta per succedere, e importunano il disgraziato per sapere dove ha messo la cartella delle imposte o la lista della lavanderia.
Nel primo caso i parenti si comportano come se un malato, dal giorno in cui  stata diagnosticata la sua malattia come mortale, non avesse pi vita (cio mutamento, avventura, anche soltanto avventura del pensiero), come se non avesse pi storia, come se fosse ridotto soltanto a una collezione di sintomi.
Nelle loro mani il malato non  pi una creatura umana, paure e speranze, affetti e opinioni, ma soltanto temperatura pi peso pi azotemia. In questo caso i parenti si comportano come se il malato dovesse soltanto morire, e non rammentano che dovr vivere, in pienezza di vita, fino alla morte: questa  una profanazione della vita. Nel secondo caso, altrettanto irritante, sembra che parenti dimentichino che il malato dovr morire; i comportano come se non fossero in presenza del pi grande dramma dell'esistenza; esigono che il malato resti il pi possibile "normale", cio preoccupato delle inezie senza importanza della vita quotidiana, delle cose meschine e banali. Questo comportamento  una profanazione della morte. L'atto del morire quando non sopravviene d'improvviso, concludendosi tutto al di fuori della coscienza  un atto che va anch'esso, come tutti gli altri, vissuto: pu durare settimane o mesi, ma chi ha la forza o il desiderio di farlo deve poter vivere la propria morte con attenzione e diligenza, senza lasciarsi distrarre dalle sciocche meschinit della vita cosiddetta normale. Questo avrebbe voluto fare Cecilia, ed era questo che suo marito cercava di impedirle: perci mi fu subito antipatico. Cecilia avrebbe voluto vivere gli ultimi mesi della propria vita occupandosi soltanto della vita e della morte, e di Tea. Voleva portare Tea ai giardini pubblici, o al cinema: voleva leggere, riflettere, fare lunghe discussioni con me, e naturalmente con se stessa, sul significato della vita, sulla scienza moderna, sul comunismo, e sulla possibilit di curare le malattie inguaribili. Voleva abbandonarsi tutta intiera alla disperazione di morir giovane, e distogliersi dalla disperazione solo per portare Tea a vedere Davy Crockett o per leggere i fumetti di Paperino con lei. E tutto questo mi pareva autentico e vivo, mi pareva che fosse proprio il modo migliore di affrontare gli ultimi mesi dell'esistenza: c'era qualcosa di incantevole nella genuinit di quelle due creature in vacanza, cos occupate a essere se stesse. Mi pareva molto giusto che Cecilia spendesse, come desiderava, le proprie poche energie, dopo una colica pi violenta delle altre, per attaccare una coda di gatto al berretto di una Tea elettrizzata e felice; e chi pu ragionevolmente dimostrare che di fronte alla morte imminente rammendare le calze sia cosa migliore che attaccare una coda a un berretto? Tea andava a scuola con le calze rotte ma con un berretto delizioso, invidiatissimo: ed era felice cos. Tea era molto colpita dal fatto che nelle pasticcerie milanesi si trovasse il gelato anche in pieno inverno, cosa che al paese non aveva mai vista: e Cecilia, se appena appena si sentiva un po' meglio del solito, la conduceva in centro a compiere quel rito magnifico e stravagante che era, secondo Tea, mangiare il gelato mentre fuori nevica e fa freddo. E chi pu ragionevolmente dimostrare che, di fronte alla morte imminente, un cosiddetto "pasto regolare" (minestra e carne con contorno) sia cosa migliore di un mandarino gelato? Cecilia e Tea vivevano in una loro strana e selvaggia libert: facevano quel che desideravano di fare, purch potessero farlo e purch non desse noia a nessuno. Perci la loro vita mi appariva autentica e preziosa, pur nella sofferenza e nell'angoscia che la sovrastavano, come la vita di innocenti animali selvatici.
Ma il signor Amerigo, nella loro vita, aveva portato con s tutta la meschinit dei doveri quotidiani. Non si devono mangiare dolci e gelati; si devono fare pasti regolari; non si deve andare al cinema di sera; si devono rammendare le calze; si devono far bene i compiti; non si devono chiedere favori a estranei; non si deve chiedere da mangiare alla padrona di casa al di fuori dei pasti convenuti nella retta di pensione; non si deve frugare nella credenza quando la padrona di casa non c'. Non c'era proprio nulla di selvatico nel signor Amerigo: era un piccolo signore molto a posto, col fazzoletto bianco nel taschino e le scarpe ben lucide; era un piccolo signore molto corretto, che comprava ogni mattina "l'Unit" con il medesimo spirito d'ordine e di disciplina con cui centinaia di migliaia di signori altrettanto corretti comprano ogni mattina il "Corriere della Sera"; e, come loro, anch'egli comprava ogni mattina, fresca di stampa, non la copia di un quotidiano ma la propria visione del mondo. Era un bravo rivoluzionario molto ammodo e molto perbene: riteneva che un comunista, al giorno d'oggi, debba essere persona esemplare in tutto, tanto nel lavoro quanto nell'abbigliamento e nel nodo della cravatta. Quelle creature di fiaba, irragionevoli e gentili come gli animali selvatici delle fiabe, che erano Cecilia e Tea, suscitavano in lui uno scandalizzato disagio: ed egli compiva il proprio dovere cercando di richiamarle a una vita regolare, con minestra invece di gelato, calze e golfini di lana invece di fantasiosi berretti, e una corretta tristezza invece di quelle pazzesche altalene tra la mortale disperazione e l'assurda speranza e l'irresponsabile oblio. Non saprei immaginare, al sacro cospetto della morte, presenza pi sgradita e inadeguata, e profana, di quella del signor Amerigo.
Se ne and, e la vita di Cecilia e Tea riprese la propria intensit dolente e sfavillante, la propria grazia gentile e amara: ma, se voglio esser pi profondamente sincera, devo dire che il turbamento che aveva accompagnato la visita del signor Amerigo non aveva fatto che mettere in evidenza qualcosa una specie di opacit che gi prima avevo notato. Credevo per che si trattasse del consueto fenomeno per cui nessuna immagine rimane a lungo affascinante, se la si ha per troppo tempo sott'occhio: non sapevo che fosse il primo presentimento di un'obiettiva decadenza, di un logorarsi e corrompersi che era appena iniziato, ma che presto si sarebbe concluso: e in un modo amaro e drammatico che, sino a qualche giorno fa, non sarei stata assolutamente capace di prevedere.


9.

L'avvicinarsi della morte  come una vista abbagliante alla quale ci si sottrae, rifugiandosi in un'oscura ignoranza interiore. Ma accanto a Cecilia questo era impossibile: lei si esponeva senza interno scampo a quella vista folgorante e insostenibile, e se ne vedeva sul suo viso il riflesso, e gi questo riflesso era difficile da sopportare. Dicono che i grandi mistici osassero guardare la non guardabile luce di Dio, e che la gente comune vedesse sui loro visi gli effetti di quel fulgore, e ne rimanesse atterrita. Mi dispiace ricorrere a questo paragone parlando di Cecilia, perch quel che accadeva a lei era proprio il contrario: non guardava la luce ma il buio, e non ascoltava una voce ma il silenzio. Il paragone quindi pu diminuirla:  terribilmente inadeguato. Di questa inadeguatezza io per non ho colpa: se per migliaia di anni gli uomini hanno ritenuto che l'emozione incomparabile provenisse dalla presenza di un dio, e non dalla totale assenza, o meglio se per migliaia di anni hanno preferito tacere a questo riguardo,  spiegabile che noi abbiamo oggi a nostra disposizione, per descrivere questo vuoto che le nostre generazioni hanno per prime, dopo migliaia di anni, il coraggio di guardare, soltanto paragoni cos inadeguati.
Scrutavo il viso di Cecilia, e su quel viso il riflesso di un non guardabile vuoto: eppure guardato, guardato sino in fondo e pi in l, perch il fondo non c'; e di nuovo sino in fondo, e di nuovo pi in l. Scrutavo quel viso che scrutava: e stranamente mi pareva come in quel giorno d'agosto in cui avevo incontrato Cecilia che qualcosa dell'infanzia tornasse in me. Nell'infanzia, quando l'opaca abitudine non si  ancora frapposta tra il nostro sguardo e l'aspro splendore del mondo, quando la luce  luce e l'ombra  ombra: nell'infanzia non ci siamo forse domandati come potevano gli adulti, se era vero quel che dicevano, che tutti dovessero o dovessimo morire, angustiarsi per futili cose come le nostre disobbedienze, o trascorrere in occupazioni meschine come il lavoro il prezioso e breve tempo della vita? Non abbiamo forse osservato stupefatti l'incomprensibile comportamento degli adulti, il loro sorridere compassionevole dei nostri sogni d'incubo e dei nostri risvegli angosciosi? Sospettammo allora che il dover morire non fosse l'unico segreto del mondo, ma ve ne fosse un altro, pi misterioso: la possibilit cio che non assolutamente tutti si debba morire, che qualcuno sia esonerato, che molti sperino di essere quel "qualcuno". Il mondo degli adulti ci parve un nero complotto ai nostri danni: di gente pronta ad avvertirci del rischio che si correva, ma gelosamente riservata sulle possibilit di salvarsi da quel rischio; ognuno teneva il proprio segreto di salvezza per s solo, nessuno era disposto a mettercene a parte. Facemmo domande, domande angosciose: e ci venne risposto che altro attendersi da quel nero complotto? con sorrisi elusivi, con l'invito a "pensare ad altro". Le domande sul morire si rivelarono tanto inutili quanto le domande sul nascere, l'uno e l'altro atto ci venivano tenuti nascosti, non si voleva che apprendessimo la scienza misteriosa: e fu cos che imparammo a tacere, e guardinghi a investigare, muti ad ascoltare, occhiuti a spiare.
Cos, dopo trent'anni, investigavo Cecilia.
Ma in trent'anni qualcosa avevo pure imparato: e precisamente avevo imparato che quelle domande che ci si pongono angosciosamente da bambini, in realt se le pone da millenni tutta l'umanit; e che le risposte che d a se stessa non la soddisfano mai; il mondo  pieno di risposte risposte religiose, risposte filosofiche oltre le quali l'eterna domanda sopravvive: una serie infinita di risposte, e al di l l'eterna domanda, eternamente elusa. Avevo imparato in trent'anni che anche la filosofia  una serie di risposte elusive: e scrutando Cecilia mi chiedevo se avrebbe potuto accogliere una "consolazione filosofica": non nel senso che la filosofia possa consolare, ma nel senso che pu essere consolante sapere che altri, prima di noi, hanno percorso la stessa nostra strada, interrogandosi, come noi facciamo, sul dove conduca. Cecilia non aveva certamente la preparazione, o l'attitudine, a trascorrere il tempo in letture filosofiche: mi chiedevo quanto ci perdesse; e, in fondo, se ci perdesse davvero.
Devo a questi dubbi se, dopo tanti anni spesi in altre attivit e altri interessi, rispolverai alcune letture filosofiche: libri che dal tempo del liceo stavano sugli scaffali pi alti della mia libreria. Non trovai nulla, se si eccettua un biglietto scritto a matita, che avevo infilato tra le pagine di un volume, con una citazione che pareva dire in sintesi, e con straordinaria incisivit, quanto venivano dicendo le pagine di quel volume: "Non  cosa grande rinunciare al conforto umano quando si ha il conforto divino:  cosa grande, e molto grande, poter fare a meno tanto del conforto umano quanto del conforto divino". Rigirai tra le mani quel biglietto, chiedendomi da dove provenisse la citazione: un vago ricordo mi disse che, paradossalmente, doveva provenire da un testo religioso: ma quale? l'Imitazione di Cristo? o l'Ecclesiaste? chiss. E sulla pagina del libro, riandando le orme dell'adolescenza, trovai una linea leggera a matita sotto le parole "...tutta la filosofia  uno sforzo per far sparire il fatto della morte". No, non si poteva dare quel libro a Cecilia: era come offrire un nome antico e disperato alla sua solitudine, era come darle uno specchio perch potesse vedervi riflesso il proprio viso smunto. Questi libri di filosofia non offrono che illusioni fallaci, oppure l'amara consapevolezza che ogni conforto non  che illusorio e fallace. Non si possono dare questi libri a Cecilia.
E d'altronde sarebbe stata una caricatura intellettualistica invitare alle letture filosofiche quella giovane non abituata ad altre letture fuorch quella dei giornali e delle riviste popolari ad altissima tiratura. Me ne rendevo conto, ma mi dispiaceva: perch quella ragazza ignorante, con un solo polmone e con l'addome invaso dalle metastasi, aveva scoperto da sola l'austera bellezza dello stoicismo. Il pianto le tremava intorno alla bocca, ma era un pianto trattenuto: pi volte l'avevo paragonata, dentro di me, a una creatura di fiaba, oppure a una nobile dama, oppure a un soldato coraggioso: ora scoprivo che non sapeva leggere di filosofia ma tuttavia si poteva paragonarla a un filosofo dell'antichit. Che vivesse ancora in un mondo tolemaico (e persino, sotto certi aspetti, in un mondo mistico-magico), che oscuri e misteriosi le apparissero i rapporti tra l'uomo e la natura, tutto questo non contraddiceva la sua rassomiglianza spirituale con gli antichi filosofi: anch'essi ignoravano molte cose, della natura e di se stessi: ma, come loro, essa stava scoprendo la superiorit del mondo morale: e di un mondo morale tutto umano, senza verit rivelate e senza conforti divini, che alteramente bastava a se stesso (ed  in fondo cos irrilevante, di fronte alla morte, sapere che differenza c' tra una scoperta e un'invenzione, sapere che cos' veramente un satellite artificiale...) Poi mi venne in mente che quegli stoici, ai quali la apparentavo, raramente avevano parlato di cose astratte, di rapporti astratti, ma quasi sempre dei concreti comportamenti degli uomini concreti. Compresi cos quali libri avrei potuto prestare a Cecina.
Pi numerosi che i libri di filosofia, si allineavano nei miei scaffali volumi di cronache, e memorie, ed epistolari, che riguardano gli ultimi anni della nostra storia: e sono stati, appunto, anni in cui la morte divenne familiare a molti, e furono in molti a dover inventare la maniera di vivere al suo fianco. Cos Cecilia lesse le lettere dei condannati, lesse le lettere dei coniugi Rosenberg, lesse memoriali di ex internati nei campi di concentramento tedeschi, lesse le lettere degli studenti di Stalingrado, e i racconti delle persecuzioni razziali. Milioni e milioni di uomini, nei tetri anni dal '39 al '45, cercarono il modo di sopravvivere, e con dignit, sotto la minaccia della morte incombente: dei molti milioni, alcune centinaia o migliaia poterono tramandare una testimonianza scritta, non delle proprie speranze di sopravvivenza, ma del proprio modo di attendere disperatamente, eppure con decoro, la fine. Tanti anni dopo, Cecilia tendeva l'orecchio ad ascoltare le loro voci ormai spente: siano ringraziati per l'aiuto che le hanno dato.
Era umano che Cecilia, per consolarsi, cercasse in qual modo poteva ritenersi pi fortunata di loro. La sua tenera compassione per quei perseguitati non era compassione pura (e forse la compassione non lo  mai, del resto): voleva convincere se stessa di avere ancora, in questo mondo, qualche fortuna. Sotto un certo riguardo questa ricerca non era molto difficile, poich Cecilia era colpita solo in se stessa, e non nelle persone che amava: Tea fioriva felice al suo fianco, e invece i perseguitati di cui leggeva le memorie avevano gi visto morire le creature pi care, o morendo le abbandonavano a un mondo di tetra violenza e di orrore. Cecilia piangeva di emozione sulle pagine del diario di Anna Frank: e pensando al padre di Anna, sopravvissuto alla grazia di quell'adolescenza preziosa, si riteneva fortunata al suo confronto. Capivo benissimo che una specie di autodifesa era al fondo di quel pianto solidale: eppure era bello che l'autodifesa, e quindi l'egoismo, generasse simpatia, e umana solidariet.
Ma dovevo ormai aver compreso che lo spirito di Cecilia non si acquetava: correva da un'esperienza all'altra, intenso eppure incostante. I suoi atteggiamenti non erano mai definitivi, e non perch fossero superficiali: anzi, ognuno di essi veniva vissuto con profondit e intensit: vissuto sino in fondo, direi, e poi abbandonato. Cecilia traeva da un aspetto del mondo tutta la consolazione possibile, e poi da quello stesso aspetto del mondo traeva tutta la possibile disperazione, e poi cercava un altro aspetto del mondo, di cui consolarsi e di cui disperarsi. Era incostante, era mutevole? Pareva che volesse usare sino all'ultimo il privilegio dei vivi, quello di convincersi compiutamente delle cose, e poi di cambiare convinzioni.
Difatti, dopo essersi convinta di possedere una residua insospettata fortuna, in confronto alle vittime della guerra e delle persecuzioni, si persuase che, al contrario, quei perseguitati erano stati, in confronto a lei, persone felici. La loro morte aveva un senso, soprattutto se erano morti da combattenti: ma in qualche modo aveva avuto un senso anche se erano stati semplicemente delle vittime. Per lo meno avevano potuto odiare e maledire i loro carnefici: e anche questa  una consolazione: una consolazione di cui sente la mancanza chi non solo rinuncia al conforto, sia divino che umano, ma persino  privo di un persecutore, tanto umano quanto divino. Come si  soli, senza un nemico a cui addebitare le nostre sofferenze: pareva questo il senso della nuova pena di Cecilia. Ma, soprattutto, i combattenti e le vittime della seconda guerra mondiale avevano visto il loro destino mortale inserirsi in un destino collettivo; e invece il destino di Cecilia era cos terribilmente individuale, cos circoscritto agli esigui confini del suo corpo gi mutilato.
Eppure, sotto un certo aspetto, non c' destino pi generale della morte per malattia: tutti moriremo per malattia, le vittime della guerra e delle persecuzioni non sono che alcune eccezioni in confronto a tutta l'umanit: quale destino pi collettivo, dunque, di quello che a un certo punto della nostra esistenza ci inchioda a un letto e ci offre remissivi alle cure dei medici e delle infermiere?
Ma Cecilia, per quanto non sapesse confutare, si rendeva conto della falsit di questo mio ragionamento. Un destino non  collettivo solo per il fatto che  comune a tutti: un destino  collettivo quando  caratterizzato da qualcosa che si ha in comune con alcuni e in opposizione con altri. Gli ebrei hanno un destino collettivo di ebrei non solo perch hanno in comune tra loro il fatto di essere ebrei, ma anche perch sono ebrei in un mondo in cui altri non lo sono: e in un mondo in cui tutti fossero ebrei non avrebbe alcun senso, e non costituirebbe destino collettivo, essere ebrei. E anche, un destino  collettivo per la parte attiva che in esso si assume, non per la parte passiva che ci infligge. Anche gli scampati a una alluvione acquistano un destino collettivo nel momento in cui tentano di fuggire insieme, di salvarsi, di organizzare nuovamente con mezzi straordinari la propria esistenza: ma nel momento in cui, assonnati e inerti, sono stati travolti dalla piena e trascinati via, in quel momento non avevano alcun destino collettivo, ma soltanto, accavallati e tragicamente confusi, eppure solitari, destini individuali.
Cos pensavo, e non volevo dirlo: e di Cecilia non so se non volesse o non sapesse. Comunque, mi guardava incredula e non persuasa. Accarezzava le lettere dei condannati a morte e per diceva, con mite ma invincibile ostinazione: Mi fanno pena, quei poveretti: per hanno avuto pi fortuna di me.
E io non sapevo risponderle, e non osavo quasi neppure guardarla: quel viso sempre pi magro mi ispirava quasi repulsione, mentre continuava ad affascinarmi; ma pi che di repulsione dovrei parlare di timore o terrore, un timore o terrore simile a quello che i primitivi provano di fronte al cadavere, di fronte a ci che ha tutte le parvenze di uomo ed  la cosa pi diversa dall'uomo. L'immagine pi orrenda che una fantasia primitiva possa concepire  quella di un cadavere che si alzi e cammini, anche se  il cadavere di un essere amato: e riti e cerimoniali funebri sono intesi a persuaderlo di conservare la propria immobilit: niente sarebbe ragione di maggior terrore, che il vederlo tentare di sottrarsi al suo destino. Molte cose primitive Cecilia aveva evocato in me, e insieme anche questa: la sensazione impietosa che un morto deve restare al di l della barriera, che un suo tentativo di tornare al di qua sarebbe minaccioso e sinistro per noi. E insieme alla piet quella crudele spietatezza affiorava in me, se la guardavo in viso: un viso terreo e leggermente sudato, sempre con le goccioline che s'imperlavano tra il naso affilato e il labbro bluastro; un viso circondato da ciocche aride, e come polverose, di capelli ingrigiti e radi. Con quel viso dovrebbe essere gi morta mi veniva fatto di pensare: che quel labbro si muovesse, e articolasse parola, era inaspettato e quasi illecito, e m'incuteva un infantile spavento. Solo negli occhi le si leggeva ancora la capacit, e quindi il diritto, di vivere; ma gli occhi erano cos carichi di sgomento dolore, da rendere impossibile il sostenerne lo sguardo.
Perci ho conservato memoria dei momenti in cui la guardavo nello specchio: pi volte, nelle nostre conversazioni, cercai di darmi da fare al cassettone, per guardare nello specchio la sua immagine riflessa senza che lei se ne accorgesse, e quindi senza dover sostenere il suo sguardo. Ma una volta fui impreparata a cogliere quell'immagine, e levando il capo ne trasalii: teneva gli occhi abbassati su un libro, e parevano chiusi; e le labbra, sottili e cianotiche, erano distese in un lieve irreale sorriso, di consenso per le parole che stava leggendo: mi parve morta, composta e straniera come morta, assurdamente fluttuante nell'acqua buia dello specchio. Cecilia! gridai, volgendomi per sorreggerla, o forse per ritrarmi da lei. E un'altra volta lei colse il mio sguardo, e si accost a me, per guardarsi anche lei nello specchio: Faccio spavento a me stessa, disse, sforzandosi di ridere: e io mi allontanai perch non vedesse il contrasto tra il mio viso sano, vivo e il suo. Da allora, solo di nascosto e di sfuggita ripetei l'artificio di guardarla nello specchio: ma il guardarla direttamente mi divenne sempre pi penoso e difficile. La sua morte imminente stava fra noi due, e non potevo guardare Cecilia se non attraverso il velo di quella presenza angosciosa.
Ho detto gi che la piet mi delude, e mi ispira persino un certo risentimento, da quando ho scoperto che la sua essenza  fatta di promesse non mantenute: le promesse silenziose, fatte a Cecilia, fatte a me stessa, di soffrire, del destino di Cecilia, quanto e come lei stessa. Non mantenute.
Ma in molti sensi non mantenute: non solo nel senso, del resto ovvio, che ne ho sofferto non quanto lei ma meno: bens anche nel senso che ne ho sofferto in un modo diverso. Suo era il dolore fisico, suo il perpetuo addio dato ogni giorno alle dolci cose della vita, alla stagione che non avrebbe veduto tornare: mia, pi mia che sua persino (o cos mi pareva) l'angoscia. Mi chiedevo quanto ci fosse di reale, e quanto di egoisticamente illusorio, in quella sensazione che provavo, che la mia angoscia fosse maggiore della sua. Oggi penso che in quella sensazione doveva esserci qualcosa di vero: poich Cecilia doveva affrontare la morte propria, una morte singola e concreta; e io affrontavo la morte altrui, quindi la morte astratta: non singolare, ma universale. Del resto, non si trattava solo di questo, lo so bene: ma di una incapacit, forse di un rifiuto, da parte di Cecilia, a considerare gli aspetti universali e astratti delle cose. Non osavo come ho detto presentare al suo destino doloroso lo specchio buio della filosofia: e non osavo perch sentivo che lo avrebbe rifiutato. Sarebbe facile, a questo punto, suggerire che lo avrebbe rifiutato perch non aveva la preparazione culturale adatta ad accoglierlo: ma via, sappiamo tutti che non  cos. Quale preparazione culturale le mancava? nozioni? nozioni sul mondo esterno? Avevano forse gli antichi filosofi, sul mondo che li circondava, nozioni pi vaste delle sue? N le faceva difetto l'intelligenza, n la riflessione, n l'attitudine, e persino l'entusiasmo, per le attivit del pensiero. Apparteneva questo s, questo  vero da un punto di vista di legami sociali e di formazione psicologica a una classe diversa dalla mia: a quel proletariato moderno a cui certo non si appartiene solo per il fatto che si sceglie di condividerne il destino politico, come si fa quando ci si iscrive a un partito. E quando si riconosce che le persone di classe proletaria non sanno riconoscersi nello specchio filosofico, rifiutano la "metafisica", respingono persino quel pensiero filosofico cos vivo e attuale, cos poco sistematico, cos anticonservatore, che  l'esistenzialismo, quando si riconosce questo si avvista un fenomeno ben pi importante che un insufficiente bagaglio di nozioni o un'insufficiente abitudine a un particolare esercizio intellettuale.  un fenomeno che appartiene pi alla categoria del rifiuto che alla categoria dell'insufficienza. E il rifiuto alla filosofia  anch'esso di natura filosofica, come ben si sa... L'inquietudine metafisica  davvero un lusso: senza avvedersene, senza saperlo, Cecilia respingeva o avrebbe respinto la filosofia, cos come respingeva un'astratta e universale angoscia della morte: in realt rifiutava un appannaggio privilegiato. Per quanto universale, l'angoscia della morte non  collettiva: non si pu parlarne, non si riesce a comunicarla, non si pu comunicare neppure lo sforzo che si fa per superarla o per dissimularla:  universale ma viene vissuta nel segreto incomunicabile dell'esistenza individuale. Non  collettiva: e Cecilia voleva invece un destino collettivo.
Mi accorgo che vado scrivendo al passato come se Cecilia fosse gi morta, e questo  stranamente lugubre poich morta Cecilia non , malgrado siano irrimediabilmente morte le cose di cui sto parlando. Vado scrivendo di cose sottili e non dette, con la sicurezza che potrebbe provenire o dall'averne parlato insieme, dall'averle verificate sul metro della parola, oppure dall'essere Cecilia morta, e quindi definitivi i suoi atteggiamenti, immutabili ormai, nel mondo cristallizzato delle cose passate, i suoi pensieri e le sue sensazioni. E invece nulla di questo  vero: di queste cose non abbiamo parlato, e Cecilia non  morta. In teoria potrebbe leggere queste pagine e smentirmi, definire arbitrario tutto quello che dico di lei. Ah s, questo potrebbe avvenire... ma non avviene, non avverr. Vivente ancora, e non lontana da me, Cecilia , in realt, infinitamente lontana. Potesse smentirmi! ma purtroppo non pu farlo. E neppure pu testimoniare che quel che dico  vero, poich, per quanto viva ancora, i rapporti pi sottili e profondi del nostro sodalizio le cose vere e non dette, e persino molte delle cose che ci siamo dette sono ormai un ricordo che appartiene a me sola. Cecilia vive ancora, ma io non so come e dove, e di chi  prigioniera. Mai pi la trover, come in passato, ad aspettarmi sulla soglia di casa. Mi aspettava, sempre pi squallida nel cappottino decente, con un fazzoletto che le copriva i capelli sempre pi radi, e con una spalla sempre pi bassa e inerte, il braccio lungo il fianco come se le pesasse ogni giorno di pi. Mi aspettava nelle sere d'inverno sotto il fanale davanti casa, e la vedevo emergere dalla nebbia come l'immagine dell'abbandono e della disperazione: ma non facevo in tempo a desolarmi, che gi mi veniva incontro in una piccola corsa: e bastavano,  vero, quei pochi passi di corsa per farla tossire, ma i suoi occhi sorridevano cos luminosamente! Ansimava nel salutarmi, nello scusarsi d'esser "venuta a disturbare" senza prima aver telefonato, e ansimava perch aveva un solo polmone, e la nebbia milanese lo invadeva soffocandola: ma pareva che ansimasse per le troppe cose da dire, per la gioia di rivedermi, per l'impazienza di parlarmi... Oh Cecilia, Cecilia, dove sei? di chi sei prigioniera? So che quel che abbiamo fatto, insieme,  soltanto una lunga meditazione sulla morte; come tanti altri han fatto prima di noi: una lunga meditazione sopra questo avvenimento senza tempo e senza storia che  ammalarsi e morire; ma noi lo abbiamo fatto ascoltando le parole degli altri le parole scritte nei libri eppure non come gli altri. Di fronte all'avvenimento senza tempo e senza storia che  ammalarsi e morire, noi abbiamo cercato di essere creature del tempo, del nostro tempo. Un tempo che raccoglie le memorie del passato, ma che  fatto di speranze e di progetti oltre che di memorie e di esperienze. Ai fatti senza tempo abbiamo cercato di far fronte con tutte le risorse del tempo: quelle del passato e quelle dell'avvenire. E tutto questo, che  cominciato in un attimo di incantata sosta in cui pareva che il tempo si fosse fermato, tutto questo ora  finito,  gi nel ricordo: perch il tempo ha ripreso a svolgersi, e ti ha lasciata ormai alle nostre spalle. Ansimando e tossendo hai cercato di inseguirlo, povera Cecilia: ma non ci sei riuscita, sei rimasta indietro. La tua figuretta asimmetrica e dolorante  scomparsa alla mia vista: e per quanto il tempo che ti rimaneva fosse cos poco, cos poco, pure  bastato per farti cadere prigioniera, non so dove, non so di chi.
Prigioniera, "in forza altrui"; separata dalla sua gente, segregata; lontana dagli amici; lontana da quei destini collettivi che sino all'ultimo avrebbe voluto condividere. Quanto si renda conto, oggi, di quel che le  accaduto, non mi  dato sapere: e quindi non so neppure quanto ne soffre. Mi  penoso pensare quanta pena avrebbe avuto, se avesse potuto prevedere quel che doveva accaderle. Lei viva, ho compassione di lei come se ne ha dei morti: che non suscitano compassione in quanto morti, poich da morti non soffrono: ma in quanto immaginiamo che sarebbe stata penosa per loro, se l'avessero avuta, la consapevolezza di morire; e in quanto, conoscendo il giorno e l'ora della loro morte, noi sappiamo oggi, di loro, una cosa che essi non hanno mai saputa, e non sapranno mai pi.
Un destino individuale, avulso dal destino collettivo, Cecilia non lo voleva: e uno degli aspetti che pi la facevano soffrire, della malattia, era il fatto che la malattia recideva quegli stretti legami con gli altri in cui essa aveva impegnato tutta la propria indole affettuosa e perfino, come si  visto, un certo misticismo della propria struttura mentale. In questo senso la malattia era per lei quasi una forma di maledizione (del resto molti sentono cos, e perci si vergognano di essere malati). Per lei, che aveva eliminato ogni aspetto coscientemente religioso dalla propria vita, la comunione con Dio era stata sostituita ma conservandone, al di sotto della consapevolezza, certi caratteri irrazionali e, appunto, mistici dalla comunione con gli uomini: la sua classe, il suo partito.
La malattia le creava l'isolamento, isolava un suo destino individuale avulso dal destino del suo partito e della sua classe: rompeva la comunione. E, in quanto questa comunione aveva degli aspetti mistici, la malattia costituiva dunque una maledizione.
E Cecilia reagiva cercando, proprio nella malattia, una ragione di pi per legarsi al movimento politico. Era divenuta comunista perch, pur nella situazione piccolo-borghese raggiunta dal marito, era rimasta fedele alla propria condizione d'origine, che era proletaria; e ora diceva a se stessa che il fatto di essere ammalata era una ragione di pi per essere comunista. Come un tempo aveva sperato la guarigione dai mezzi della scienza moderna, cos ora sperava nella vittoria del comunismo. Sperava forse di guarire? No, questo no: ormai non lo sperava pi. Ma sperava le cose che speriamo tutti: che una migliore organizzazione sociale e assistenziale possa fornire sempre la diagnosi precoce del cancro, e con la diagnosi precoce l'efficacia della cura; sperava che "quando non studieranno pi per fare le bombe atomiche" i migliori cervelli del mondo si dedicheranno tutti e allora il successo, naturalmente, non potr mancare a cercare il modo di curare il cancro. Di fronte a queste speranze io provavo sentimenti contraddittori. Naturalmente, anch'io sono convinta che un giorno si trover il modo di combattere il cancro; anch'io sono convinta che il sistema sociale in cui viviamo non  il pi adatto al fiorire del progresso scientifico, e soprattutto  assai disadatto all'utilizzazione diffusa e razionale delle scoperte e delle invenzioni gi acquisite. E cos, in via generale, ero d'accordo con Cecilia.
Ma dal condividere del tutto il suo atteggiamento mi trattenevano parecchie ragioni. Anzitutto, nel suo caso non si poteva proprio dire che fosse mancata la diagnosi precoce, o che le fossero mancate le cure pi adatte. Nel mondo socialista non sarebbe certamente stata curata meglio di cos. Non tutto quello che va male nel mondo, va male a causa del capitalismo: dimenticarsi di questo significa cadere nel settarismo pi meschino. E se la vita di Cecilia andava male, non era proprio colpa di nessuno, n del capitalismo n di nessun altro. Era una vita senza fortuna, e se anche avessimo vinto le elezioni del 1948 e del 1953 sarebbe rimasta egualmente una vita senza fortuna.
Queste considerazioni non erano per molto importanti: il settarismo mi irrita in tutti, ma in Cecilia non mi irritava.
Se le sue proclamate e retoriche speranze che la vittoria del comunismo porti soluzione a tutti i problemi del mondo compreso il problema del cancro, se queste sue speranze si tingono di una polemica faziosa, che importa? Che importa se in questa polemica faziosa arriva, erroneamente, a percepire la propria malattia, e morte precoce, come una conseguenza dell'oppressione di classe? Povera Cecilia, aveva pure il diritto di essere faziosa e settaria, se questo le dava un briciolo di consolazione, se le serviva a sentirsi ancora, e pi di prima, membro di una comunit, la comunit degli oppressi; se questo le serviva a vincere l'isolamento, non solo, ma a costruire una visione coerente e unitaria della propria esistenza, come se fosse stata sempre e unicamente dominata anche nei rapporti tra le cellule del suo corpo da un rapporto di classe. Se c'era qualcuno a cui si poteva volentieri perdonare qualche momento di faziosit e di settarismo, era proprio Cecilia.
Per non potevo condividere i suoi giudizi; e mi pareva persino che quelle sue speranze immeschinissero il problema. Quelle meditazioni "metafisiche" dalle quali lei rifuggiva, ma che continuava a suscitare in me, avevano per oggetto "la morte": non la morte a trent'anni o la morte a sessant'anni, ma semplicemente il fatto angoscioso e inspiegabile che dobbiamo morire. La giustizia sociale e il progresso scientifico potranno aumentare la durata media della vita, non altro... che pena! Tutta questa  la vittoria? Mi veniva in mente Cecilia che, al professore che la trovava migliorata, aveva risposto amaramente: Allora  vero che  finita per me! Era il fatto stesso della morte, non il suo quando e il suo come, che mi ero abituata a considerare, nei miei rapporti con Cecilia: e perci tutte le speranze che ostentava non mi entusiasmavano come entusiasmavano lei. Ma capivo benissimo che il torto era mio: siamo angosciati della morte in s, indipendentemente dal suo quando e dal suo come, solo se  presumibilmente lontana, e del suo quando e del suo come non sappiamo nulla: ma colui che sa di dover essere impiccato all'alba si sgomenta di morire all'alba e impiccato, non si angoscia della morte in s. E se venisse graziato la sua immediata felicit sarebbe grande come se gli venisse garantita la vita eterna, come se "la morte in s" fosse scomparsa dall'orizzonte umano. Finch la morte  lontana, ci sgomenta il suo carattere indeterminato e assoluto: ma se  vicina ci angustia la sua determinatezza; in astratto non c' molta differenza tra morire a trent'anni e morire a trentacinque; ma per una concreta persona di trent'anni la differenza  grandissima, e rassomiglia quasi alla differenza tra la disperazione e la speranza.
E cos, anche sotto questo punto di vista, cercavo di comprendere gli atteggiamenti di Cecilia, ma non riuscivo a condividerli. Si ha un bell'essere solidali con un condannato a morte: una barriera di impotenza ci separa dalle sue sensazioni, invalicabile. Pu essere l'amico pi caro, ma il condannato oggi  lui.
Poi mi rimproveravo, a volte, di giudicare in maniera meschina le speranze di Cecilia: io le riducevo tutte a un movente egoistico: secondo il mio giudizio lei si rifugiava in una speranza "politica" per il bisogno di non sentirsi sola. Ma le cose stavano proprio cos? oppure Cecilia, cos affettuosa e generosa come era, costruiva speranze per gli altri dato che non poteva pi offrire speranze a se stessa? Certamente, le speranze che la lotta contro il cancro possa avvantaggiarsi della vittoria del socialismo sono speranze a lunghissima scadenza: non potevano in alcun modo riguardare i pochi mesi che le restavano da vivere, erano dunque speranze per gli altri. Erano l'ultima forma di altruismo che le fosse ancora possibile. E che questo altruismo avesse un'origine egoista nel bisogno di fuggire dall'isolamento spirituale non poteva stupirmi n scandalizzarmi. Non avevo tante volte paradossalmente definito l'altruismo come una sorta di espansione e di prolungamento dell'egoismo?
Gi sulla soglia della morte, Cecilia aveva, verso la sua gente, una lealt perfettamente solidale: per tutta la vita aveva solidarizzato con la sua gente, con la sua classe, col suo partito, cercando il coincidere del proprio con l'altrui vantaggio. Gi quasi morta nel fisico, tuttavia la sua vita psichica obbediva con cristallina coerenza a quella ch'era stata la legge di tutta la sua vita. Quel ch'era ammirevole, in lei, era appunto questo essere sempre viva e sempre se stessa; questo variare e mutare di umori e di entusiasmi per tornare poi sempre, arricchita, alla propria vita e a se stessa. Viva  la coerenza, ma la staticit non  vita; vivo  il mutamento, ma la personalit risiede nell'elemento sottile che, da un mutamento all'altro, serba sempre memoria di s, fedelt a s.
Mutevole e fedele, Cecilia era riuscita a fare, di una vita senza avvenimenti, una continua avventura. Pi la osservavo, riflettendo ai suoi comportamenti, pi mi accorgevo che non avevo mai visto una creatura pi viva di questa creatura che stava per morire.
I suoi rinnovati entusiasmi per la vita politica, in particolare per la riforma dell'assistenza sociale e sanitaria, coincisero con un periodo in cui mi occupavo di questi problemi, e probabilmente si alimentarono anche di tutti i libri e di tutte le riviste di cui in quel tempo il mio tavolo fu inondato: e che riguardavano, appunto, questi argomenti. A fine marzo tenemmo un convegno pubblico sulla riforma sanitaria, e anch'io preparai una relazione.
Quando uscii dalla sala del convegno dopo averla letta, vidi che Cecilia mi aspettava. Era sottile sottile e asimmetrica, una figuretta nera sotto il portico del vecchio convento, imbiancato a calce: e l'aria di primavera intorno a lei era fredda e limpidissima. Ebbi l'impressione di una figura che si muovesse in un quadro, un quadro trecentesco dal nitido sfondo tutto ascesi e ingenuit, e grazia francescana. Ah, come ha parlato bene! fece Cecilia, ha detto proprio cose giuste, sa? Speriamo che questo convegno serva, speriamo che facciano presto qualcosa, di tutte le cose giuste che avete detto! Parlava con fervore, come se per lei fosse importantissimo e urgente che si realizzasse quella riforma sanitaria di cui si era parlato. Di fronte a questo suo fervore mi sentii a disagio e quasi provai un'ombra di rimorso: anche se tutto quello che avevamo chiesto fosse stato realizzato, e subito, nulla avrebbe potuto giovarle. O forse s? Mi venne in mente che in tal caso avrebbe potuto tornare a Pisa, farsi curare senza allontanarsi dalla sua famiglia. "E sarebbe poi un grande vantaggio?" mi chiesi scetticamente. Oggi so che lo sarebbe stato: se avesse potuto rientrare nel suo mondo non le sarebbe accaduto quel che poi le  accaduto. Qualcuno  stato capace di trarre lugubri profitti persino da una povera creatura come lei, e per sfruttarla la tiene prigioniera non so dove.
Ci avviammo lentamente verso l'uscita, nel giardino del vecchio convento: una folata di vento strapp il fazzoletto di capo a Cecilia, scoprendo, sotto le ciocche rade e grigie, il pallore teso e lucido del cuoio capelluto: un lustro pallore da teschio. Come per nascondere, vergognosa in quel mondo di fresca bellezza, lo spettacolo del suo corpo gi quasi in dissoluzione, Cecilia frettolosamente si annod il fazzoletto sotto il mento: e mi guard di sottecchi per vedere se m'ero accorta. Feci finta di nulla, feci finta di guardarmi attorno per ammirare la bellezza di quel vecchio giardino, ancora spoglio di fiori e foglie, ma gi percorso da un presentimento di aprile. C' sempre qualcosa di pietoso e d'impietoso insieme, nell'aria tersa di primavera.


10.

In quelle settimane Cecilia era cos evidentemente peggiorata che decisi di proporle un secondo ricovero all'Istituto.
E gi mi preparavo a discutere, a insistere, a impormi, e fors'anche a scrivere alla sua famiglia: ma invece, appena le dissi il mio pensiero, mi sorprese con un immediato consenso, quasi un cedimento, quasi una resa. Si trattava di una di quelle crisi di docilit proprie dei malati: che a volte sentono il bisogno di abbandonarsi ad altri, di lasciare che altri decidano per loro. O si trattava forse, ancora una volta, di una inconscia diplomazia: se mi avesse resistito avrei dovuto argomentare e discutere, e le argomentazioni e discussioni avrebbero avuto per oggetto la gravit del suo stato: un oggetto, dunque, del quale non voleva parlare. La pronta docile obbedienza non chiede spiegazioni: ed  perci insieme un modo di esimersi, un modo di sottrarsi.
Era la prima volta che vedevo Cecilia ripararsi dietro uno dei ripari che gli altri ammalati erigono di consueto: e per lei mi rallegrai e mi addolorai al tempo stesso. Mi addolorai di una resa che la faceva in certo modo dissimile da s, da quella lucidit cos impietosa e tersa che mi aveva affascinata; mi rallegrai che cominciasse a scoprire per quali oscure e tortuose strade avanza la piet di se stessi. Avrei dovuto per sapere che la piet di s non si acquista una volta per tutte,  uno sforzo che va rinnovato ogni giorno perch non costituisce mai un approdo definitivo: avrei dunque dovuto sapere che Cecilia era ancora combattuta dall'alternativa se darsi o negarsi piet, che il cedimento era solo momentaneo, occasionale. La remissivit paziente non  che una delle possibili fughe interiori: ma vi sono altre possibili fughe, in direzioni diverse, e inoltre vi , come in ogni fuga, la possibilit di arrestarsi e fronteggiare il nemico.
Nulla, in quel momento, era ancora deciso: nell'atto stesso in cui docilmente sceglieva di obbedirmi, Cecilia conservava ancora intatta una sua libert, poich compiva solo una scelta momentanea e non una scelta definitiva. Nel breve margine di vita che le rimaneva altre scelte ancora avrebbe dovuto operare, e scelte assai gravi. Fui cos distratta, forse cos egoista, da non accorgermene: la sua occasionale docilit mi apparve come un approdo finale: mi pareva che ormai non sarebbe pi accaduto nulla, che ormai Cecilia fosse giunta all'ultima stazione del suo cammino, quella in cui ci si abbandona remissivi alla volont degli altri in attesa di abbandonarsi remissivi alla morte. Dissi a me stessa che ormai si era giunti all'ultima svolta, che ormai il panorama di un breve futuro era tutto aperto dinanzi ai miei occhi o ai nostri occhi; e se per lunghi mesi Cecilia era stata per me un segreto da indagare, ormai nulla v'era pi in lei di segreto, di misterioso. Tutti i misteri s'erano svelati: avevo desiderato di conoscere e di spiare quale fosse l'ultimo e dunque pi vero sentire di una creatura viva di fronte alla morte, e ora mi veniva rivelato: l'ultimo sentire  quell'abbandono di responsabilit, quel docile e mite consenso, quel tacito rifiuto di indagare, quel diplomatico esimersi e sottrarsi. A quell'ultima tappa la tappa della cosiddetta rassegnazione era dunque giunta anche Cecilia, come vi giungono tutti gli altri. Che cosa era dunque rimasto del suo indomito e gentile fulgore? della forza misteriosa per cui m'era sembrato che Cecilia potesse morire, s, ma arrendersi mai? Ora stava quieta e dimessa di fronte a me, e accettava remissiva e stanca, senza ribellione e senza speranza, di varcare ancora una volta la soglia stregata dell'Istituto: non pi stregata ma ovvia, comune, dotata della grigia inevitabilit delle cose comuni. E diceva che, s, anche lei pensava fosse bene entrare all'Istituto: e lasciava nell'ombra le ragioni per cui lo pensava: la convinzione che non avrebbe potuto pi tornare alla vita normale in libert, o la speranza che un altro miglioramento potesse ancora essere ottenuto. E questa era la reticenza comune a tutti i malati: che della rinuncia finale non parlano, per timore di sentirsi dar ragione dalla ragionevolezza, e dell'ostinata speranza non parlano, per timore di sentirsi dar ragione dalla piet. Era dunque la stanchezza di tutti, la remissivit di tutti, la reticenza di tutti. Cecilia entrava ormai nella pallida ombra e vi entrava come tutti, senza ribellarsi. Era estinto ormai il suo mistero; ridotto soltanto al mistero di una resistenza un poco pi lunga, di una pi lunga speranza, di una pi lunga disperazione. Cos giudicavo, ed ero in grave errore: ero io che mi comportavo come tutti, commettevo l'errore di tutti, ritenendo che fosse ormai "rassegnata" e dicendo a me stessa che tutti finiscono, prima o poi, col rassegnarsi, ed  bene che sia cos, ed era un bene che anche Cecilia fosse giunta a quella pace rassegnata, incomprensibile per i sani, ma evidentemente comune, prima o poi, a tutti i malati. Cos gravemente mi sbagliavo, e ne ho rimorso, perch oggi penso che fu per questo giudizio cos superficiale, affrettato e distratto cos generico che mi avvenne, perfino senza quasi che me ne accorgessi, di abbandonare Cecilia a se stessa; di abbandonarla al suo breve eppure non ancora scontato destino.
Ed  strano che in quell'epoca le fui accanto molto spesso, forse pi che per il passato. Questa volta fui io ad accompagnarla in clinica, e parecchie volte andai a trovarla; e se fossi indulgente con me stessa potrei dire che le rimasi vicina spesso e a lungo; ma se sono sincera devo dire che il mio spirito era lontano dal suo.
Andavo a trovarla, s: ma con la piet distratta di quasi tutti coloro che vanno a visitare i malati, e portano loro gli inevitabili aranci. Come tutti i sani egoisti, erigevo la barriera tra lei e me, e dalle sbarre di quella barriera le porgevo aranci, e parole affettuose; lei mi guardava con miti occhi sgomenti, ma io rifiutavo di seguirla nell'invisibile cammino che pure continuava a percorrere, passo per passo, pensiero per pensiero, sensazione per sensazione. La domenica molte altre persone sedevano accanto ai letti della corsia, cortesi come me e distratte come me e forse colpevoli come me. Porgevano, con gesti eguali, eguali sacchetti di frutta e bottiglie di acqua minerale e mazzi di fiori senza odore; perch si sa che fiori odorosi in ospedale non se ne devono portare. Qualcuno dei fiori restava in un bicchiere sul comodino, o qualche insignificante pianta grassa: immota e cos poco viva, ma consentita da suor Vincenza. Gli altri fiori andavano ad ammucchiarsi in corridoio, ai piedi di una madonnina dal mantello azzurro, e suor Vincenza sorrideva ringraziando. Il suo sorriso era eguale per tutti noi, eguale come le bottiglie di acqua minerale, eguale come i nostri gesti cortesi e le nostre parole di incoraggiamento. E avrei dovuto riflettere a quanto fosse strano che tante cose fossero eguali in un luogo in cui si avviavano alla fine esistenze cos diverse, ciascuna incomparabile, ineffabile, non ripetibile. E se le vite singole sono cos diverse l'una dall'altra, non avremmo dovuto accorgerci che l'eguaglianza della morte, e della rassegnazione davanti alla morte, era soltanto un comodo artificio di noi sani, una comoda ipotesi distratta? Ciascuno ha la propria vita, singola e incomparabile: e cos ciascuno ha la propria singola e incomparabile morte, e se le cose uniche e non ripetibili sono preziose, allora non solo la vita ma anche la morte di ciascuno  preziosa. Quelle cose preziose stavano di fronte a noi nei bianchi lettini, e con miti sorrisi accoglievano i nostri sacchetti di aranci: sommergevamo l'unicit delle cose preziose in una incolore liturgia di eguali sorrisi, eguali gentilezze, eguali piet, eguale sollievo al momento dell'uscita.
Avrei dovuto accorgermi della falsit, dell'ipocrisia di tutto questo. Ma, pur sentendomi a disagio, credevo che il mio disagio fosse quello di trovarmi in ospedale nella veste inconsueta di visitatore anzich di medico, di muovermi per quei corridoi senza camice bianco, di sentirmi far parte del gregge, che tante volte m'era venuto a noia, dei parenti dei malati. Credevo di farne parte esteriormente, e che il disagio provenisse dal contrasto tra quella esteriorit e il mio reale esser medico (cio, in qualche modo, dall'altra parte di un'invisibile barricata). Invece mi accorgo che la trasformazione non era soltanto esteriore, ma intima: non somigliavo a quei parenti soltanto nei gesti, nel contegno, ma nell'intima piet distratta, nella compassione senza comprensione, nel distaccato e facile e comodo dire a me stessa: "S' infine rassegnata, Cecilia: ed  un bene".
E cos, malgrado non me ne avvedessi, le stavo accanto eppure, nello stesso tempo, via via l'abbandonavo. E tutti noi, i sani seduti accanto ai letti, mascheravamo di formale cortesia quel sostanziale abbandono: eravamo in salvo, noi, e stavamo aggrappati alla nostra meschina sicurezza; agli altri elargivamo quella esortazione a rassegnarsi, pietosa in apparenza, spietata in realt.
E cos, insensibilmente, venni anch'io a condividere l'atteggiamento di tutti: la speranza che infine, sulla soglia della morte, quel conforto che nessuno poteva pi darle Cecilia lo trovasse nella fede religiosa. Era pure stata cattolica da bambina e fino all'adolescenza: possibile che non sopravvivesse in lei neppure il pi vago esitante dubbio? c'era da lusingarsi che all'interiore inevitabile domanda non rispondesse pi con i suoi lucidi spietati "no" ma con un umile "forse".
Questo immenso torto le facevo: le auguravo di riuscire a ingannare se stessa, ad accomodarsi in una illusione. Questa codarda ingiustizia compivo: di credere che ci che non andava bene per me, andasse bene per lei. Io ero sana, ed ero pi colta di Cecilia, pi coerente cos credevo nella mia formazione mentale e nei miei giudizi sul mondo: a me dunque non sarebbe stato n utile n possibile adattarmi a un'illusione menzognera. Ma Cecilia era malata e morente: e in fondo non avevo tante volte pensato che proveniva da un mondo di rapporti magici e irrazionali? perfino cose essenzialmente moderne come l'adesione a un partito o la costruzione di un satellite artificiale, avevano risvegliato in lei reazioni psicologiche di un tipo arcaico, e magico. Per quale coerenza razionale, lei che non era n razionale n coerente, avrebbe dovuto privarsi del conforto di un'ultima assurda speranza? Nell'augurarmi che la sua debolezza la conducesse a cedere alla suggestione religiosa che pervadeva l'atmosfera dell'ospedale, indulgevo a un lusinghiero giudizio su me stessa; cos poco settaria, cos poco faziosa, cos tollerante, che dove la verit non poteva pi dimostrarsi utile riuscivo ad augurarmi che gli uomini sapessero credere alle pietose menzogne. Pietose menzogne che avrei certo, in qualsiasi situazione, respinte lontano da me: ma di cui volentieri lasciavo ad altri il conforto.
Ma quanto era comoda, in fondo, questa concezione aristocratica della piet! Ero disposta a concedere a Cecilia qualsiasi cosa, ma non a ritenerla eguale a me, o superiore a me, per forza d'animo; in fondo era una soluzione facile. Potevo concedere a Cecilia una rassegnazione e una fede che non avrei concesso a me stessa: questo era molto pi facile che continuare a condividere con lei l'orrore del silenzioso vuoto in cui stava, sotto i miei occhi, precipitando. E ormai vi precipitava da sola: da sola ormai disperandosi perch rassegnata, com'io credevo, non era.
Se cerco dentro di me per quali ragioni ho sbagliato, e per quali ragioni avrei potuto non sbagliare, tra queste seconde trovo un breve episodio che, se non lo avessi vissuto distrattamente, avrebbe dovuto avvertirmi di quel che si nascondeva sotto l'apparente docilit di Cecilia.
Giunse, difatti, una lettera del signor Amerigo, molto preoccupata: il piccolo conto in banca era esaurito, e quel poco che si poteva vendere era gi venduto: un poderetto, una parte di una casa colonica che Amerigo aveva ereditata insieme ai suoi fratelli, qualche anello. E quel che era stato ricavato da queste vendite era gi stato tutto speso: Amerigo avvertiva la moglie che ormai, con le sole risorse del suo stipendio e della pensione della vecchia madre, non avrebbe potuto fronteggiare altre spese straordinarie. Per la retta ospedaliera aveva avuto assicurazione dagli uffici comunali di assistenza che se la sarebbe fatta addebitare il comune: ma dopo questa degenza Cecilia avrebbe dovuto fare ritorno a casa, e trasferirvi definitivamente la bambina, perch il marito non avrebbe pi potuto mandarle mensilmente, come sinora aveva fatto, il danaro per la pensione.
Queste notizie gettarono Cecilia in uno stato di prostrazione profonda, da cui emergeva a tratti ribelle, proclamando che a casa non ci sarebbe tornata, mai e poi mai. E poich io me ne stupivo, e le chiedevo se davvero le fosse impossibile andare d'accordo con il marito, mi rispose che non si trattava di questo: Amerigo era un brav'uomo e non si poteva rimproverargli nulla, salvo forse la noiosa pedanteria, quindi, per la verit, un peccato non grave. Ma lei non se la sentiva di tornare a casa, e riprendere a mentire; lei non se la sentiva di finger di credere che il marito non sapesse che lei sapeva di dover morire.
Io dovetti per un momento riflettere su questa tortuosa complicazione, prima di riuscire a comprenderne il significato letterale: e quando vi fui riuscita, volli sapere perch mai si riteneva impegnata a una cos complicata finzione. Mi rendevo conto che si trattava di una finzione difficile, ma non riuscivo a vedere che fosse necessaria; il fatto importante  la malattia mortale; in subordine  importante, e pressoch disastrosa, la consapevolezza che il malato ha della gravit del proprio stato; ma il rivelare questa consapevolezza che importanza ha? perch mai Cecilia doveva fingersi non consapevole? perch il marito doveva fingere di non saperla consapevole? perch lei doveva fingere di credere per davvero che il marito non sapesse che lei era consapevole?
Mi spieg che in infiniti atti della vita quotidiana il marito come chiunque altro avrebbe fatto al suo posto dimostrava di riuscire a dimenticare, almeno per brevi momenti, quella condanna che pesava su di lei. Bastava che il marito indugiasse con l'occhio sulla pagina umoristica del giornale, e Cecilia pensava: "In questo momento non si ricorda ch'io tra poco morir"; bastava che il marito le rammentasse di riporre con naftalina la giacca d'inverno "se no ad autunno ci trovi le tarme", e Cecilia pensava: "In questo momento non se lo ricorda che io in autunno forse non ci sar". E mai si sentiva tanto sola e abbandonata, come accanto a quell'uomo al quale, a rigore, non poteva rimproverare nulla se non la sua tranquilla normalit. Per fuggire da quell'abbandono e da quella solitudine aveva inventato un "trucco": diceva a se stessa che forse il marito indugiava sulla pagina umoristica proprio perch lei lo notasse, e notandolo ravvisasse in lui una tranquillit di spirito certo non adatta al marito di una moribonda, e riflettendo a questo tenesse per certo che moribonda non era, che altrimenti il marito lo avrebbe saputo, e sapendolo non avrebbe avuto tempo e voglia di leggere una sciocca barzelletta. E se lui le parlava del prossimo autunno, lei raccontava a se stessa ch'egli lo faceva calcolatamente, per dare come ovvia e scontata la sua sopravvivenza sino all'autunno ed oltre. Ma queste interpretazioni di comodo Cecilia non poteva concedersele se non a prezzo del pi rigido silenzio su quel che era riuscita a sapere, di se stessa e del proprio destino: che altrimenti, se anche una sola volta ella avesse detto ben chiaro in quale disperazione si trovava, e senza il pi piccolo e fuggevole appiglio di speranza, allora i comportamenti del marito non avrebbero pi potuto venire interpretati in quel modo tortuoso, ma sarebbero apparsi nella loro nuda insopportabile realt: normali e ovvii momenti di oblio da parte di un uomo che, pur essendo marito di una morente e buon marito, scrupoloso e responsabile tuttavia, non essendo condannato a morte lui stesso, finisce col dimenticare la continua presenza della morte tra sua moglie e lui. Se fosse tornata a casa Cecilia avrebbe dunque dovuto fingere, continuamente e senza la pi breve sosta, di ignorare la vera natura e l'inguaribilit del proprio male: tener nascosto giorno e notte, tutti i giorni e tutte le notti, il proprio tormento. E se non lo avesse fatto avrebbe dovuto tollerare i momenti di oblio degli altri del marito e della suocera ma d'altro canto non avrebbe pi potuto concedere a se stessa nessun momento di oblio. Se avesse chiesto un libro da leggere avrebbe visto negli occhi degli altri la muta domanda "a che pro?"; se si fosse alzata dal letto per condurre Tea al cinema la suocera le avrebbe sbarrato la strada dicendole premurosamente: Ma no, tu non devi stancarti, l'accompagno io, e lei le avrebbe visto negli occhi la muta domanda: "Ma non ti rendi dunque conto delle tue condizioni?" Gli altri non sarebbero stati cos continuamente desolati come lei si aspettava, e lei non sarebbe stata cos continuamente affranta e disperata e sconfitta come gli altri si aspettavano. Questa  la famiglia; le risorse vitali insperate persino assurde e comunque ammirevoli se si fanno largo negli altri nei momenti in cui tacciono in noi, ci appaiono irresponsabili e pazzesche e persino crudeli. Poich non si riesce mai a essere egualmente disperati nello stesso istante, ed egualmente dimentichi della disperazione nell'istante immediatamente successivo, o tre giorni dopo, secondo gli irragionevoli imprevedibili ritmi della vita individuale, si  sempre in contrasto, sempre incompresi, sempre abbandonati, e tuttavia imprigionati. Abbandonata e sola nei giorni e nelle ore in cui gli altri si sentivano propensi alla vita, alla consolazione, alla normalit, Cecilia sarebbe stata sempre prigioniera della disperazione senza soste senza irragionevoli soste che gli altri le avrebbero attribuito: capaci di consolarsi (e di credersi forti per questo) ma incapaci di riconoscere a lei la medesima capacit di sfuggire per qualche momento al cerchio delle cose oscure. Cecilia sarebbe dunque stata per cos dire obbligata alla disperazione come a un ruolo che era stato scritto per lei; non poteva pretendere che altri lo condividessero, n di potere per qualche istante dimenticare la propria parte. A questa prigionia avrebbe potuto sottrarsi solo con la finzione continua: e anche questa sarebbe stata una prigione insopportabile. Perci aveva deciso che a casa non sarebbe tornata mai pi.
Quando mi rifer tutte queste ragioni sottili e complicate, quasi assurde, della sua decisione, io ne dedussi che ormai aveva imparato anche lei l'arte sottile della reticenza con se stessi, dell'inganno fatto agli altri che  poi un inganno fatto a se stessi; mi parve certo che avesse imparato anche lei le strade tortuose su cui ci si prende per mano da s, pietosi di s, quando ci si trova sull'orlo di un tal precipizio che nessuno osa pi prenderci per mano.
E che lo avesse imparato,  ormai certo. Quel ch'io non capivo era il fatto che Cecilia era ben decisa a non volerle applicare, quelle arti sottili; ben decisa a non fingere; ben decisa, tutto sommato, a non fare ritorno a casa. Le sue parole di netto rifiuto io non le valutai nel giusto peso, le attribuii a un momento passeggero di ribellione. La minuziosa sincerit con cui mi aveva descritto la situazione in cui sarebbe venuta a trovarsi, al ritorno in famiglia, avrebbe dovuto mettermi sull'avviso. Con sincerit aveva descritto le trame di reciproche reticenze, gli impalpabili ricami dei reciproci inganni: e io ne deducevo che lei era capace di reticenze e di inganni: mentre invece avrei dovuto dedurre, proprio da quella esplicita lucidissima sincerit, che a quegli inganni e a quelle reticenze di cui pure era capace aveva detto addio per sempre; e cos avrei dovuto capire che proprio addio per sempre aveva ormai detto alla famiglia.
Ma poich non avrebbe avuto pi denaro per pagare la pensione mi pareva che tutto il resto contasse poco, e che a casa ci sarebbe dovuta tornare comunque: io ragionavo scioccamente, come se l'impossibilit economica fosse una impossibilit decisiva e definitiva. Ora so che per Cecilia non era cos: e ora  troppo tardi.
Questo  dunque l'episodio al quale ripenso, cercando le ragioni per cui ho sbagliato e le ragioni per cui avrei potuto non sbagliare: e questo episodio, dal quale io trassi motivo d'errore, avrebbe invece potuto illuminarmi, non solo sui pensieri e sui sentimenti di Cecilia, ma anche sulle sue intenzioni: e quindi sul male che avrebbe potuto derivarne, in un mondo in cui le rigide barriere esterne opprimevano tenacemente le ultime libert di una creatura disperata. Ne sarebbe derivato del male, a lei e ad altri: si sarebbe invischiata, con persone di cui oggi non conosco che alcune, e ancora solo nell'aspetto esteriore, in una catena di reciproco male. Lei  ancora soprattutto una vittima, e in qualche modo questo mi consola: ma di chi al mondo si pu dire che sia soltanto una vittima? solo di chi esaurisce in se stesso tutto il proprio dolore. Ma di chi si lega ad altri, in catena, non si pu dire quasi mai che sia soltanto ed esclusivamente una vittima. Solo nel dolore fisico e nella morte fisica si  puramente vittime, poich essi non sono comunicabili; in qualunque altro dolore, e sgomento, e paura, si  sempre in qualche oscuro modo responsabili o si trova modo di diventarlo, se si  vivi. E poich Cecilia era cos intensamente viva da non circoscriversi esclusivamente nel suo fisico destino di dolore e di morte, ha finito per assumere oscure e sottili, sebbene indirette, responsabilit. Se ben la conosco, questo  oggi un dolore che si aggiunge agli altri, ed  un dolore che  persino vergogna: ed  per questo che mi manda disperati messaggi ma non vuole vedermi. Le messaggere... sono l; sul marciapiede di fronte alla mia casa. Io le vedo dalle griglie socchiuse, ed esse scrutano ma non mi vedono. Angosciate e perverse, ronzano di fronte alla mia casa di fronte alla mia vita come insetti maligni, le messaggere di Cecilia. Inseguite mi inseguono, attese mi attendono: ronzano e ronzano, gli insetti cattivi e disperati. Vedo le loro piccole teste alzarsi verso questa finestra (sospettano ch'io sia qui?): e gli enormi occhiali scuri paiono, sui loro magri visi, proprio enormi e rotondi ma senza vita occhi d'insetto. Dico a me stessa che esse sono l, le triste messaggere, a causa degli errori che io stessa ho compiuto: ma poi replico a me stessa che, se  vero che ho commesso degli errori,  pur vero che forse i miei errori non hanno mutato in nulla il destino di Cecilia, un destino tutto inscritto nel suo carattere. Troppo intensa era Cecilia, troppo libera e viva, per non arrischiare di sbagliare, nel breve margine di vita che le rimaneva; per non impegnarsi in un'ultima lotta fiera e generosa, e per non ribellarsi alla sconfitta finale. Si  ribellata malamente, questo  vero: in un modo che ha trasformato in colpa la sciagura, o meglio in un modo che alla sciagura ha aggiunto la colpa. Anche queste sono cose che accadono ai vivi: ma chi pu giudicare e biasimare? in confronto a Cecilia siamo tutti sulle vette della fortuna: potremo giudicare e condannare lei che si agita gi nel profondo? la sua partita  perduta, lei non ha altre carte da giocare, e rovescia, impaziente e ribelle, il tavolo e le carte e le fiches. Ma tutto questo era gi implicito negli inizi, come la morte  implicita nei primi inizi del male; quel che mi aveva affascinata, a mia insaputa, in quell'incantata sosta del tempo in cui la incontrai, non era, com'io credetti, un destino che mi chiamava e in cui potevo inserirmi: al contrario, era un destino che procedeva inflessibile, inalterabile, verso uno scioglimento gi segnato e gi scelto. Credetti che la strada di Cecilia e la mia strada si intersecassero, in quella sera solitaria di mezz'agosto, ma non era vero: e quel che mi aveva affascinata in Cecilia era, bench io non lo sapessi, il suo procedere inarrestabile lungo le vie di un destino non solo imposto, ma imposto e scelto insieme. Imposto dall'interno e dall'esterno, dalle cellule maligne che si moltiplicavano anarchiche nei suoi tessuti, infiltrando, invadendo, uccidendo; e dal mondo esterno che stringeva intorno a Cecilia maligne e cieche barriere filistee; ma insieme scelto dall'interno, dai suoi pensieri e dai suoi gusti e dai suoi sentimenti e dalle sue volont. Ora Io so, e so che non avrei potuto in alcun modo entrare nel gioco di cos complicate determinazioni, un gioco duro e stretto, rapido sul filo di un esiguo margine di vita; un gioco gi iniziato al tempo del nostro incontro, e anzi gi quasi concluso: del quale non potevo che essere spettatrice, se pur lontana e indiretta: Cecilia geme e piange e impreca e si vergogna, in qualche tana del deserto d'asfalto, laggi.
Di tra le griglie della persiana vedo, in un cielo di pallida nebbia estiva, caldo e umido come un sospiro, le grigiazzurre guglie del Duomo, come un sospiro delicate. Laggi Cecilia nasconde il dolore e la collera e la vergogna: a me non manda che quelle che intravvedo sul marciapiede di fronte, perverse e disperate, impazienti e sospettose messaggere: le streghe.


11.

Forse ho voluto troppo anticipare, nella pena di questo racconto tutto teso al momento che vivo oggi, di indecisione e persino di paura: ma ho tempo il tempo non conta pi molto ormai, ormai non c' pi nulla da fare per cambiare il corso delle cose ho tempo di tornare ancora indietro col ricordo: alle ragioni che mi indussero a sbagliare sul conto di Cecilia, a non conoscerla pi dopo averla, sotto certi aspetti, cos ben conosciuta.
Ho detto di una piet quasi aristocratica che avevo per lei: e che fu la causa di molti equivoci; in questa errata e codarda piet ritenni che Cecilia potesse, e volesse, concedersi il rifugio di una speranza religiosa, contrastante con tutti i suoi pi veri pensieri.
Ma una delle cause di questo mio errore fu la piet che Cecilia ebbe per altri: per non errata e codarda come la mia.
Non codarda; perch io, nella mia piet per Cecilia, avvertivo pur sempre il distacco tra la mia situazione e la sua, e anzi proprio in nome di questo distacco ero disposta a concederle un'illusione che a me stessa cos mi pareva avrei saputo negare; e Cecilia invece, nella sua piet per l'infelice ragazza che si spegneva nel letto accanto al suo, non trovava forza in nessun distacco. Condivideva la medesima amarissima morte: ma quando la ragazza, fervidamente, intensamente, sussurrava in preghiera tutta la propria disperata speranza, Cecilia giungeva persino a rispondere ritualmente alle litanie: non per la facile condiscendenza dei sani, ma in perfetta parit di destino.
Per me era comodo pensare che a Cecilia si potesse fare a meno di chiedere coerenza d'animo eguale a quella che si pu pretendere da un sano; ma Cecilia non aveva alcuna ragione per essere pi indulgente con l'altra che con se stessa, nessun'altra ragione se non lo stato di fatto, che in realt di essere indulgente con gli altri le riusciva, e con se stessa no. Pregava senza fede, per pura gentilezza: ma non era una gentilezza che scendesse dall'alto, come le parole compassionevoli di noi persone sane che stavamo in piedi accanto al letto; era un'umile gentilezza a parit di condizione; stavano egualmente riverse, egualmente inerti, su eguali lettini: e Isabella pregava fervidamente per riacquistare la salute, o per acquistare la vita eterna, e Cecilia pregava cortesemente per non amareggiare o insospettire o deludere l'occasionale compagna, o semplicemente per non correre il minimo rischio che Isabella potesse per qualche istante dubitare di s e perdere il conforto della propria fede. E poich la piet di Cecilia otteneva veramente questi vantaggi o evitava questi pericoli allora davvero era una piet non codarda, e non errata.
Io per non capivo: Isabella occhi nerissimi dilatati in un piccolo volto bianco guardava verso di noi, bisbigliando impercettibili frettolose parole con le labbra asciugate dalla febbre, e pareva il sussurrato monologo di una pazza. Porgeva a Cecilia un santino eguale al proprio, e il proprio nascondeva, dopo averlo baciato, sotto il guanciale: ma guardava con occhi ardenti quel che avrebbe fatto Cecilia. E Cecilia baciava il santino, e parimenti lo riponeva sotto il guanciale, mormorando a Isabella "grazie" e volgendo verso di me uno sguardo perplesso. Allora Isabella chiudeva gli occhi, e sorrideva: ma che di tra le lunghe ciglia non seguitasse a guardarci non potevamo esser certe, poich le labbra seguitavano a muoversi frettolose in un incessante afono bisbigliare. Io non capivo quel che accadeva: e credetti che Cecilia stesse ritrovando in se stessa l'antico conforto dell'abbandonata fede infantile.
Un giorno Isabella salut il mio ingresso con un sorriso timido e implorante: e sollevatasi a fatica sul cuscino guard Cecilia facendole cenno di parlarmi a suo nome. Cecilia mi disse infatti, con qualche esitazione, che volevano entrambe chiedermi un favore: aveva parlato a Isabella dei tanti libri che avevo, e Isabella aveva pensato anzi tutt'e due avevano pensato che forse tra quei libri ce n'era qualcuno sui miracoli di Lourdes. Ma s, avevo due libri su Lourdes, due fra i pi noti e citati, molto documentati. Li avevo letti? erano interessanti? S, veramente li avevo trovati molto interessanti. Che ne pensavo? Be', questo era difficile da dire... per quanto fossi mossa da piet, una vera e propria menzogna mi avrebbe ripugnato: ma di vera e propria menzogna non c'era bisogno; potevo esser sincera pur dicendo che quei libri mi avevano molto colpita; alcune delle storie cliniche in essi riportate erano davvero impiegabili e straordinarie, e alcune delle testimonianze sembravano proprio attendibili, come quella di Cachin, che, mi pareva, doveva essere addirittura un comunista. Del resto avrei portato i libri, e avrebbero giudicato loro stesse. Isabella giacque, sorridendo pianamente alla speranza, troppo debole per continuare a parlare, ma non tanto da non ascoltarci. Cecilia sollev il capo a guardarla, dubbiosa: e mi disse "grazie" stringendomi la mano come per una muta intesa. Mi chiamava complice di un muto inganno per consolare Isabella: ma io non capivo: e mi pareva che lei stessa, Cecilia, cominciasse ad afferrarsi a quell'estrema speranza del miracolo, delle forze soprannaturali: e anche se non fosse stato il miracolo della guarigione avrebbe potuto essere, ancor pi meravigliosa, la sopravvivenza alla morte fisica.
Mi ero dunque gi staccata da Cecilia tanto, da non capire quella sua piet e solidariet per Isabella, quel desiderio di accontentarla e di sorreggerla; e da crederla consolata lei stessa di una religiosa consolazione; e perci, compiuto questo errore, mi staccai da Cecilia ancor pi: perch la credevo ormai al riparo dal terrore, ormai in possesso di un conforto ch'io non avrei saputo n dare n alimentare.
Portai dunque a Cecilia e a Isabella i libri su Lourdes; e, dopo che esse li ebbero letti, consentii a parlarne con loro, a commentare quelle straordinarie guarigioni, a discutere in quali limiti potessero essere attribuite a leggi biologiche note, in quale misura a leggi biologiche ancora ignote: e rimaneva sempre una certa misura di inspiegabilit. E proprio quando si giungeva a considerare questa misura residua, Isabella sorrideva con occhi fulgidi, come fosse gi vittoriosa, e riprendeva a pregare. Andandomene davo la mano a Cecilia; e dalla sua mano magrissima e sudata ricevevo una stretta intenzionale, sottolineata, d'intesa. Ma io non capivo. Era cos comodo non capire! E andavo sempre pi staccandomi da Cecilia: non me ne accorgevo, ma ora lo so.
Certo, questo  uno strano racconto: o forse  incapace e inadeguato il mio modo di raccontare. Mi accorgo che, mentre negli altri racconti sono i personaggi umani e concreti, con nome e cognome, che si incontrano e si perdono e si ritrovano, e si amano e si odiano, e contrastano tra loro, e compongono i propri contrasti e li esasperano, qui invece sono le opinioni, i pensieri, i sentimenti, le tendenze, i gusti, e le vaghe sensazioni, che, come personaggi disincarnati, si muovono e sostano, si incrociano e si separano; abbandonati per un tratto, si rifan vivi a una svolta del racconto e li ritroviamo pi maturi o pi invecchiati: e veniamo messi al corrente di quel che han fatto mentre li avevamo persi di vista. Uno scrittore di qualche secolo fa li nominerebbe con la maiuscola (Piet, Orgoglio) e ne farebbe deit o simboli.
Naturalmente oggi nessuno farebbe cos, e del resto non sono simboli quelli di cui io parlo, ma soltanto i comuni concetti e i comuni sentimenti tra i quali viviamo ogni giorno. Tuttavia mi rendo conto che uno dei personaggi principali di questo racconto  la piet: e ho raccontato com'essa  invecchiata e divenuta pigra e distratta, come ha imparato a scegliere pi comode strade. Alla fine della narrazione si vedr com'essa  tenuta prigioniera, costretta a non agire e a non parlare: a nascondersi dietro le persiane socchiuse, a non rispondere al telefono, anche se suona cinque, sei volte, disperato.
Ma devo quindi dire, qui, di un nuovo personaggio, astratto, disincarnato, che con la piet contrasta: e su di essa finisce col trionfare, ed  la legge morale della medicina.
I parenti di Isabella, in lacrime mal rattenute, erano radunati un giorno intorno al letto della disgraziata ragazza, che pareva improvvisamente peggiorata. Cecilia continuava a levarsi a mezzo sui cuscini, per guardare l'amica al di l della presenza metallica della bombola d'ossigeno. Sembrava divorata di piet: agitatissima, e impotente, continuava a sedersi sul letto e buttarsi di nuovo gi; scrutava il letto della compagna e poi distoglieva lo sguardo, e mi afferrava la mano, angosciata, facendomi cenno di sedermi pi vicina a lei, sulla sponda del letto. E tenendomi stretta la mano con la sua, sudata e magra, alz il viso fino al mio, mormorandomi: Non si dovrebbe forse ucciderla? ucciderla per piet? stanotte ha sempre chiesto: fatemi morire! Io feci cenno di no, rigida e severa: Questo no, non si pu mai fare. Ma se  lei a chiederlo? a chiederlo per piet? E io di nuovo risposi: Questo non si pu fare -. Cecilia mi guard perplessa, e abbandon la mia mano. Ma non si poteva certo discutere in quel momento.
Me ne andai senza sapere che nei giorni successivi Cecilia avrebbe violentemente polemizzato con me, contro un rigore che lei non capiva. Ma soprattutto non sapevo che un giorno lei stessa mi avrebbe chiesto qualcosa che non posso, non posso darle, non sapevo che il rigore avrebbe barricato contro di lei la mia porta, come oggi fa.
Cecilia dunque ripens, nei giorni successivi, a quella breve conversazione, e mi chiedo se oggi la ricorda ancora. Alcuni giornali avevano ripreso nuovamente l'argomento dell'eutanasia, e l'opinione pubblica s'era ancora una volta accesa e divisa su questo argomento. C' oggi un'inquietudine nel mondo, che vuole rimettere tutto in discussione, anche le leggi pi antiche, e anche l'antica legge che vieta al medico di dare la morte, in qualsiasi caso, e senza alcuna possibilit di eccezione. Anch'io condivido questa inquietudine, e anch'io vorrei rimettere tutto quanto in discussione: ma dopo averle discusse e ridiscusse, penso che le leggi del nostro antico mestiere sono ancor sempre valide, e forse oggi pi che mai. Discutere non significa sempre condannare, rifiutare: significa a volte, per contro, approvare e accogliere: ma con nuovi motivi e pi giovane convinzione, non per dogma ma per ragionamento. E perci comprendo, ma non condivido, l'opinione di chi sostiene legittima l'eutanasia, almeno quando  il malato stesso che la chiede.  questa un'opinione che, impaziente e giovanile e ribelle, si fonda sul rifiuto di concepire il suicidio come un peccato, e la vita come appartenente ad altri che a chi la vive, e questo rifiuto lo condivido. Ognuno ha il diritto di disporre di s, e di una decisione disperata e mortale non pu e non deve render conto a nessuno. Neppure ritengo sensata l'affermazione, sostenuta in genere dagli avversari dell'eutanasia, che si debba sempre lasciare aperta una porta alla speranza la speranza che oggi, domani, entro la prossima settimana, tutt'a un tratto si scopra la cura capace di risollevare un corpo gi devastato, gi alterato in tutte le sue funzioni vitali. Da quella porta lasciata aperta alla speranza, quanto dolore fa in tempo a passare! e ne vale sempre la pena?  libero ogni individuo di rispondere "s" oppure "no" e ognuno giudicher secondo le proprie forze, secondo i propri desideri: non vi sono criteri pi validi, e pi veri. Ma chi non  assolutamente mai libero  il medico, che non potr mai dare la morte, non potr mai assumere su di s questa scelta e questa responsabilit: della quale non potr mai alleviarlo neppure una richiesta del malato, perch in questo caso il medico dovrebbe assumersi la responsabilit di stabilire se il malato sia in condizioni psichiche di libero giudizio e libera volont. Non potr mai consentire, neppure a chi chiede implorando: non perch, come si dice, anche un solo giorno di vita abbia un valore inestimabile (non ci credo): non perch anche un solo giorno di vita possa offrire all'improbabile speranza la possibilit di realizzarsi (non ci credo): ma per una ragione assai meno filosofica, e per contro molto pratica, e cio per la necessit che il malato consideri il medico con assoluta e totale fiducia. Che sarebbe del malato se pensasse al medico come a un uomo che, richiesto di morte, la d? Con terrore porgerebbe il braccio all'iniezione: e non sarebbe pi libero di piangere e gridare e invocare la morte, per timore di essere esaudito. Oggi invece, per la terribile millenaria proibizione che grava sull'eutanasia, il malato  libero di lamentare la propria disperazione nei modi pi strazianti, certo che il medico che lo avvicina far quel che pu quel poco che pu per trattenerlo, per ancorarlo all'esistenza.
Ma Cecilia non pensava cos: lei, che sotto certi aspetti proveniva da un mondo antichissimo e magico, sotto altri aspetti apparteneva a quel mondo nuovo che non intende come una legge e una moralit possano essere millenarie, sopravvivere agli sconvolgimenti immutate. Una legge vecchia di millenni  per lei, per questo solo fatto, una legge conservatrice, e quindi da ripudiare. Un rigore che escluda di potersi lasciar mitigare, in casi eccezionali, da un'eccezionale piet,  inumano e reazionario. (E adesso temo che Cecilia mi giudichi inumana: adesso che anche verso di lei il rigore trionfa sulla solidariet e soffoca l'amicizia. E suona il telefono,  certamente Cecilia che chiama, e io non oso neppure rispondere).
Cecilia non era certamente sola, a sentire e pensare cos. Un giorno la trovai sola in camera, perch Isabella era stata portata in sezione radiologica per un esame di controllo: e Cecilia, che cominciava nuovamente a migliorare, e quindi era di nuovo polemica, e desiderosa di discutere, mi mostr un ritaglio di giornale che aveva conservato per me. Era un ritaglio di un rotocalco femminile, l'unico "di sinistra" che si stampi in Italia. La direttrice del giornale narrava una sua triste esperienza: era stata chiamata da una donna che si trovava in grave pericolo per un'emorragia da procurato aborto clandestino. Incalzata dalle richieste della donna, che naturalmente invocava d'esser curata, e sottratta a una rapida morte per dissanguamento, ma che non voleva andare in ospedale, per timore d'essere denunciata, la giornalista aveva corso per tutta la citt di Roma alla ricerca di un medico compiacente, e descriveva quella ricerca febbrile, quell'angustiato battere a tante porte, e la serie di dure ripulse, addebitando i tanti rifiuti ricevuti, da parte dei medici interpellati, al timore egoistico di compromettere la carriera professionale. Questo addebito era fatto in modo non solo assai accorato, ma anche assai critico. Sinch, alla fine, un medico meno egoista degli altri consentiva a curare la povera donna. La narrazione era viva e schietta, e la si sentiva ispirata da una sincera umana piet. Tuttavia io fui molto irritata dall'irresponsabile leggerezza di una giornalista che non solo si era comportata in modo molto sciocco aiutando la donna a sottrarsi al ricovero ospedaliero aveva aggravato il suo rischio mortale ma per di pi si ergeva a giudice moralista, e chiamava le lettrici del suo giornale in nome di una troppo facile "solidariet" umana a dare ragione a lei, e quindi torto a quei medici che avevano rifiutato di curare una malata grave con mezzi inadeguati, e avevano suggerito che di fronte a un rischio mortale valeva piuttosto la pena di far ricoverare la malata in ospedale, anche a costo di sequele giudiziarie. Ma era mai possibile che un giornale che cerca di orientare a sinistra l'opinione pubblica femminile stampasse simili scriteriate sciocchezze?
Cecilia raccolse e lisci con cura sulle ginocchia il ritaglio, ch'io avevo buttato via in un gesto d'ira. Non bastava esser medici, mi spieg: bisognava anche aver comprensione per la povera gente: ma gi, lo vedeva, noi medici eravamo pi inclini a essere servi zelanti della legge, che amici solidali delle persone che soffrono. Fummo, d'un tratto, distaccate e ostili: lei pronunciava la parola "legge" con il disprezzo e la furia della gente che dalle leggi  stata oppressa, e ignora quindi che vi possono essere anche leggi utili e giuste. Replicai che se qualcuno aveva messo a repentaglio la vita di quella disgraziata, era la giornalista, che non aveva chiamato subito un'autolettiga, piuttosto che i medici che l'avevano esortata a rivolgersi all'ospedale. Cecilia replic, un po' a torto e un po' a ragione, che questo importava sino a un certo punto, e che probabilmente c'era stata s, una coincidenza tra l'interesse della malata e l'osservanza della legge: ma che, anche se non vi fosse stata questa coincidenza, anche se non si fosse trattato di rischio o di salvezza, io sarei stata, comunque, dalla parte della legge. Era tale il mio rigore, secondo lei, che sarei stata disposta a lasciar soffrire una persona pur di non venir meno al rispetto della legge, e mi sfidava a dirle di no. Mi chiedo se il ricordo di quella conversazione  ancora vivo oggi in lei come in me, oggi che soffre prigioniera, in chi sa quale tana del deserto d'asfalto, e io rifiuto di soccorrerla nel modo che lei vorrebbe: per amor della legge.
Dissi che era vero: le leggi si discutono, e solo chi non avesse il senso della storia negherebbe che si possano anche violare; ma il proletariato pu violare la legge borghese e con questo compiere un gesto rivoluzionario, e il medico invece non pu fare altrettanto. Troppe armi gli vengono date dalla societ, troppe armi in libero uso, affidate solo alla sua coscienza: bisturi e veleni e radiazioni mortali. Troppe armi e troppo rischiose, perch in cambio di questo libero uso egli non debba impegnarsi, verso la societ, a rispettare i pochi limiti, ma assoluti e invalicabili, che all'uso di queste armi la societ impone. Come cittadino pu discutere la legge, come medico deve obbedirla. Altrimenti le sue prerogative di medico si trasformerebbero in dispotico privilegio.
Cos discutevamo: e per quanto fossimo giunte entrambe a irritarci, pure io amavo quel suo umano fervore, quella sua irragionevolezza appassionata; e lei in fondo lo so stimava la mia logica e il mio rigore. Se il mio ricordo indugia adesso su quell'episodio, non  solo per rammentare a me stessa in qual modo e per quali vie la piet venne in seguito inibita e soffocata: ma soprattutto perch cerco di convincermi che tutto era dato e spiegato fin da allora: che basta a Cecilia ricordare le stesse cose che io ricordo, per capire i miei rifiuti di oggi: per riappendere senza rancore il telefono che ha suonato invano.


12.

Ma ancora di un'altra premessa debbo parlare, che contribu a determinare lo scioglimento di questa storia. Una premessa che si inserisce anch'essa nella catena dei fatti, a un tempo come effetto e come causa: a ben pensarci si sarebbe potuto persino prevedere come si sarebbero svolte le cose.
Infatti chi pu maravigliarsi, a questo punto, dei cambiamenti subiti da Tea? Era soltanto una bambinetta sana e normale, e quindi, come tutti i bambini, istintivamente diplomatica; come tutti i bambini, cercava di sopravvivere, e per sopravvivere doveva appoggiarsi al mondo degli adulti, chiedergli grazia e tutela. La vita era difficile, la mamma era malata, e nelle ultime settimane lontana, chiusa in ospedale: Tea dovette dunque farsi accettare dagli altri, e impar a recitare la parte che gli altri le attribuivano. L'infantile crudelt degli adulti vuole che i bambini orfani o poveri siano tristi, che ricompensino con la mimica di una timida oscura umilt la cura che ci si prende di loro.
Ed ecco dunque Tea con due striminzite treccine sulla nuca, magrolina e timidetta, seduta su una sedia troppo alta ai piedi del letto di sua madre; e si  seduta scansando dietro di s gonna e grembiule, come le hanno raccomandato di fare per non spiegazzarli: e la sedia essendo troppo alta, le verrebbe comodo di appoggiare i piedi sulla traversina, ma non lo fa perch la traversina si sciuperebbe; i piedi sarebbero dunque naturalmente portati a dondolare, ma questo non si fa perch non sarebbe corretto. Cos Tea sta immobile come un topo spaventato, coi piedi penzoloni ma fermi, ferme in grembo le mani, che paiono pi grandi da quando il grembiule lavato si  ristretto, e lei  cresciuta, e le maniche son divenute troppo corte. Tea  tra le prime della sua classe, malgrado a mio parere sia meno sveglia adesso che tanti mesi fa; e sempre pi spesso nel suo parlare ma parla assai poco, adesso si fan sentire le spurie sovrapposizioni della greve pronuncia lombarda. Quel che soprattutto ha imparato  la difesa delle creature inermi: il mimetismo. Mimetica  la sua immobilit, e persino la sua pronuncia cerca di assomigliare a quella delle altre bambine, velando la grazia agile e sospesa del parlare toscano, e adagiandosi nel torpore delle lunghe vocali lombarde. Tea si sente minacciata e vorrebbe nascondersi: ma non avendo nulla dietro cui nascondersi si nasconde in se stessa, in un grigio conformismo. Sembra troppo grave questa parola per una bimba cos piccina? eppure  cos: per conformismo, Tea scende dalla sedia quando suor Vincenza entra in camera: striscia un piede all'indietro, piega leggermente un ginocchio, con occhi bassi bisbiglia: Riverisco, madre -. Cos suor Vincenza si commuove, le regala un libretto di devozione con la copertina rosa damascata; e dichiara volentieri che Tea  proprio una brava bambina. Ma quando non sa d'essere guardata, Tea fissa la madre con gli scuri occhi intensi e allarmati: la madre che non ha saputo nascondersi di fronte alle minacce, che si  lasciata cogliere dal male e costringere in quel lettino, in quella cameretta semibuia.
Mi accorgevo che Tea era molto triste e spaventata, e credevo che lo fosse per la solitudine in cui viveva, e per la malattia della madre; ma un giorno fui io ad accompagnarla a casa, e in quel breve tempo mi accorsi che qualche altra cosa le era accaduta. Docilmente si lasciava condurre per mano, e camminava a occhi bassi, pensierosa. Pi volte dovetti chiederle, amichevolmente, che cosa pensava: e seppi, con grande stupore, che cercava di rammentare se la madre l'avesse condotta qualche volta alla messa domenicale: ma non riusciva a rammentarlo, e d'altronde era possibile che davvero la madre non l'avesse mai condotta in chiesa? Volle sapere che ne pensavo, e io le risposi che la cosa non mi pareva affatto strana: c' moltissima gente che non va in chiesa la domenica, e senz'altro ritenevo che Cecilia non vi andasse da anni. Ma in chiesa bisogna andarci, disse Tea, tant' che tutti ci vanno: ci andavano le sue compagne di scuola, e la maestra, e anche la signora Angela, per quanto non molto spesso, e qualche volta ci andava anche la Maria, la donna di servizio della signora Angela; tutti ci andavano, ma soprattutto si sapeva che tutti dovevano andarci: solo sua madre non c'era mai andata. Che ne pensavo? Tea pareva proprio attribuire grande importanza a quel ch'io pensavo di questo problema. E io le dissi che secondo me la cosa era del tutto indifferente: se uno ha voglia di andare in chiesa ci va, e se non ne ha voglia non ci va; io, per mio conto, non ci andavo. Immediatamente i miei giudizi persero valore agli occhi di Tea. Incongrua proprio come tanta gente adulta che tutti conosciamo, voleva conoscere i giudizi delle persone che stimava, sinceramente intenzionata a tenerne conto; ma se poi la persona che stimava esprimeva un giudizio diverso da quello delle sole autorit che lei conosceva la maestra, la direttrice, la stessa signora Angela allora quella persona diventava immediatamente meno stimabile, e persino inattendibile, e irrilevante l'importanza del suo giudizio. Cos fanno tanti; che ascoltano con attenzione una critica all'operato del governo; ma se vengono a sapere che colui che parla appartiene a un partito di opposizione, immediatamente le sue critiche al governo appaiono immotivate, aprioristiche, non meritevoli di attenzione. Come se egli giungesse a criticare il governo partendo dall'iscriversi a un partito di opposizione, e non come se giungesse a iscriversi a un partito di opposizione partendo dalle critiche che sente di poter fare al governo. Cos i pensieri e i giudizi della gente formano un curioso groviglio, assai difficile a dipanare. In un simile groviglio stava cacciandosi Tea: che voleva conoscere i miei giudizi e confrontarli con quelli della sua maestra: ma poich i miei giudizi erano diversi da quelli della maestra, allora io stessa ero "diversa" dalla maestra; ed essendo "diversa", i miei giudizi non avevano alcun valore. Risi tra me della piccola Tea, gi cos matura, come bambina, da cominciare a condividere le immaturit degli adulti. Ma la faccenda non era poi tanto risibile; Tea mi guard con occhi disperati: Ma la mamma  tanto ammalata, disse. E compresi quali discorsi bigotti dovevano esserle stati fatti, per collegare in lei l'idea della chiesa con quella della malattia; evidentemente quei discorsi erano passati attraverso il peccato, la morte, l'eterna condanna. Io prego sempre per lei, aggiunse Tea: e mi parve di sentire l'eco delle bigotte esortazioni: prega per la tua mamma, piccina, prega che il Signore le dia un posto vicino a s, cos un giorno vi potrete ritrovare. Povera piccola Tea: che potevo fare per lei? l'indomani la condussi a vedere i cartoni di Tom e Jerry: ci divertimmo tanto, e quasi credetti che sapesse facilmente scordare le livide ombre del bigottismo.
Accadde in quei giorni un fatto increscioso: la signora Angela ricevette una lettera dal figlio che stava in Riviera: la sposina era incinta, e la gravidanza la faceva molto soffrire; nulla di preoccupante, per le nausee erano continue e molto fastidiose, e la povera ragazza non riusciva pi ad accudire alla casa; il figlio dunque chiedeva alla signora Angela di andare da lui il pi presto possibile, per aiutare la giovane sposa in difficolt. La signora doveva perci partire, e partire voleva dire, naturalmente, chiuder casa; era una donna bonaria e cordiale, e se Cecilia avesse potuto uscire subito dall'ospedale non avrebbe esitato a lasciarle l'appartamento almeno per qualche giorno, fino a che non avesse trovato un'altra sistemazione. Ma i medici dissero che Cecilia almeno per un'altra decina di giorni avrebbe dovuto rimanere all'Istituto, per terminare un altro ciclo di irradiazioni (pareva davvero vantaggiosa quella terapia irradiante, a giudicare dai miglioramenti che Cecilia ne riportava); e la signora Angela non se la sent di lasciare la casa, e Tea, alla custodia della bizzarra arrogante Maria. Maria non era certo una cattiva ragazza: ma indisciplinata e selvatica, e incline a strane amicizie: insomma, la signora Angela non si fidava di lei, e non si poteva darle torto. Bisognava dunque trovare qualcuno a cui affidare Tea per qualche tempo; era un problema difficile, tanto pi in quanto da qualche settimana Cecilia non riceveva pi danaro da casa, e con la signora Angela era gi indebitata. La signora si schermiva: Ma non ci pensi, Tea mi ha fatto compagnia: mi pareva di essere gi nonna, di avere gi una nipotina con me -. Per neppure lei sapeva come si potesse trovare per Tea, in pochi giorni, un'ospitalit fidata e gratuita.
Intervenne suor Vincenza, che aveva preso a cuore quella bambina "cos rispettosa, cos obbediente" (ma era proprio la Tea che avevo conosciuto io?) e si impegnava a trovarle un posto in un pensionato di suore del suo medesimo ordine: ne sarebbe stata contenta la piccola? Tea sorrise con occhi bassi, e fece col capo cenno di s. Era il suo nuovo stile, modesto e mellifluo; alle sue protettrici piaceva; e suor Vincenza le fece una carezza, e anche Isabella assicur Tea che in convento si sarebbe trovata benissimo. La baci sui capelli, e le spieg che nei prossimi giorni sarebbe partita per Lourdes:  il centenario del miracolo, lo sai Tea? pregher per te -. A occhi bassi, a mezza voce, Tea mormor una breve frase che non riuscii a intendere: ma Isabella trasse un fazzoletto da sotto il cuscino e si asciug gli occhi: Si tesoro, certamente pregher per la tua mamma -. Anche gli occhi di suor Vincenza luccicarono.
Non avrei potuto far nulla per aiutare: vivo sola e lavoro tutto il giorno come dunque avrei potuto prender cura di Tea? continuo a ripetermi questo, per giustificarmi. Eppure qualcosa avrei dovuto fare, ma ancor oggi non so che cosa.
Del resto, proprio in quei giorni dovevo partire; inoltre pareva che Cecilia avesse accettato di buon grado la soluzione proposta da suor Vincenza; e non avrei avuto il coraggio di chiederle di rimandare la bimba a Pisa, e di separarsene, cos, forse per sempre.
La vigilia della partenza andai a salutarla: Isabella non c'era gi pi, era a Lourdes. Vedendo che Cecilia era di un umore diverso dal solito, quasi scontroso, pensai che si offendesse nel vedere ch'io partivo senza aiutarla a risolvere le sue difficolt del momento. Perci le spiegai che avevo preso da tempo certi impegni fuori Milano, impegni di lavoro che non avrei potuto rimandare: ma vidi che non mi ascoltava. Se ne stava tutta muta e rannuvolata, quasi rannicchiata in una preoccupazione che non capivo.
Infine si decise a trarre dal cassetto del comodino una lettera di Tea: una lettera che mi sorprese. Era, anche questa, nello stile mellifluo: Tea sapeva che la "cara mammina" si disponeva a dare il voto alle prossime elezioni politiche: e pregava tanto che il Signore la illuminasse, e le inviasse una giusta ispirazione; essendo ancora cos piccola naturalmente non poteva sapere neppure il vero significato della parola "elezioni": per non si sbagliava di certo nel ritenere che solo dalla preghiera la madre avrebbe tratto un giusto suggerimento; e quindi pregava per lei, e invitava anche la madre a chiedere consiglio a Dio. Alla fine di questa lettera, scritta con termini evidentemente ricercati, non certo con parole da bimba, venivano, dopo la firma, alcune righe che suonavano in tutt'altro modo, disperate e sincere: "Voglio che tu guarisca, e mi dicono di pregare, cos prego. Ma se non guarisci dice la signora che se fai peccato non ti potr vedere pi, e se invece non fai peccato ci vedremo ancora e staremo sempre insieme, cos vota come dice la signora".
Cecilia aveva le labbra strette, pallidissime, gli occhi lucenti, e non si capiva se fosse pi indignata per il ricatto indiretto che le si faceva, o addolorata per la pena che veniva inflitta alla bambina. Non parl molto: disse che il giorno dopo, quando Tea fosse venuta a trovarla, le avrebbe chiesto spiegazioni; voleva sapere esattamente chi le aveva dettato la lettera, e chi le aveva parlato del peccato, e dell'eterno rivedersi o eterno perdersi. E aggiunse che ormai aveva quasi deciso: in convento Tea non ci sarebbe andata. Le chiesi dunque come avrebbe fatto: e mi rispose che aveva gi ricevuto un'altra proposta; sapeva gi a chi avrebbe affidato la figlia: a chiunque, fuorch alle suore o alle bigotte. Insistetti per saperne di pi: ma mi trovavo di fronte una Cecilia nuova, estranea e incollerita, diffidente ormai verso tutti; colpita cos nel profondo dal ricatto indegno, dall'indegna pressione esercitata sull'animo di Tea, che se ne stava tutta raccolta nell'ira, tutta chiusa in s, decisa a risolvere con le proprie forze i propri problemi, e a non accettare pi n aiuti n consigli da nessuno. Come accade, non distingueva pi neppure gli amici dai nemici: scoprendosi tradita, decideva che era molto pi semplice sentirsi sola, accettare la solitudine, negare a tutti la fiducia. A volte il senso dell'assoluta solitudine  quasi una fonte di nuova forza, lo comprendevo molto bene: e dopo essere stata tradita dalle persone alle quali aveva affidato la figlia, era molto giusto che la crisi fosse grave; se la forza per affrontare questa crisi Cecilia andava cercandola in quell'aspro generale risentimento, in quell'amara e totale solitudine, era inutile ch'io cercassi di forzarla a confidarsi con me, a fidarsi di me: d'altronde non avrei saputo, praticamente, come aiutarla. E cos, quando mi disse di partire tranquilla e di non pensare a lei, perch in qualche modo se la sarebbe cavata, cessai le mie insistenze: ma dove avrei potuto trovarla, al mio ritorno dal viaggio? Forse, ancora in clinica; ma, se dalla clinica fosse uscita, mi avrebbe scritto un biglietto a casa, dandomi notizie di s e della bimba, e il nuovo indirizzo: cos promise. Partii dunque, per a malincuore, consapevole di lasciarmi alle spalle un problema non risolto. E riflettevo che anche la possibilit di abbandonarsi a un conforto religioso, se mai era esistita, era svanita definitivamente: strappata a Cecilia nel modo pi aspro e duro. Come sarebbe stato possibile accettare il conforto di un'ipotesi che colmasse di una presenza divina il vuoto in cui stava precipitando, se questa ipotesi veniva accompagnata da una tetra e lugubre pressione esercitata su una bambina? e peggio ancora, se il conforto religioso veniva posto come elemento determinante di una scelta politica? Una rete di complicati ricatti si stringeva intorno a Cecilia: per evitare alla bambina l'angoscia dell'eterna separazione e dell'eterna condanna avrebbe dovuto riaccostarsi alla religione o fingere di riaccostarsi alla religione; ma se, nella sua mortale tristezza, il riaccostamento fosse stato sincero e profondo, non solo esteriore, allora avrebbe dovuto, per il conforto religioso, venir meno alla scelta politica che aveva gi fatta con la parte migliore di s, con la parte migliore dei suoi sentimenti e della sua intelligenza. Com' umiliante questo eterno dover comprare, questo barattare una cosa con l'altra, questo ottenere una cosa a prezzo di un'altra, del tutto eterogenea! Per restituire serenit alla bambina avrebbe dovuto scendere a un compromesso con l'esteriorit religiosa; per concedere a se stessa un conforto al quale forse, nella sua estrema miseria, segretamente avrebbe potuto aspirare, avrebbe dovuto rinunciare alle proprie opinioni. La rete la imprigionava ormai: e lei, aspra e adirata in un estremo soprassalto di vitalit, mi assicurava che avrebbe saputo liberarsene. Le credetti: non sapevo che sarebbe sfuggita a una rete di ricatti solo per cadere in un'altra rete, in altri ricatti.
Tornai il giorno delle elezioni, di domenica: e nel pomeriggio, dopo aver votato, poich non avevo trovato a casa nessuna comunicazione di Cecilia andai all'Istituto, certa di trovarla l, per qualche ragione non ancora dimessa: forse era improvvisamente peggiorata? Non mi pareva probabile: l'ultima volta che l'avevo vista, a parte l'emozione e la collera, sembrava stare un po' meglio del solito.
Difatti, all'Istituto non la trovai: era uscita pochi giorni dopo la mia ultima visita, e non aveva lasciato nessuna comunicazione per me. Cercai suor Vincenza: lei forse sapeva dove Cecilia fosse andata ad abitare.
Suor Vincenza mi accolse con una certa freddezza: non sapeva nulla. E nel suo rispondere di no a tutte le mie incalzanti domande c'era per un sottinteso giudizio negativo, quasi un biasimo che non mi sapevo spiegare. Forse Cecilia era tornata a Pisa? Forse: ma credeva di no. Forse era tornata dalla signora Angela? Forse: ma credeva di no. E Tea era stata accolta nel pensionato delle suore? No: Cecilia aveva rifiutato di farvela ricoverare. Se n'era andata di propria iniziativa, contro il parere dei medici, senza neppur tornare pi al controllo ambulatoriale, senza lasciare indirizzo, senza lasciar detto nulla per me. Ne fui perplessa e angosciata: da due settimane dunque una malata grave e una bambina erano sparite, e non si sapeva nulla di loro. Suor Vincenza, sempre guardandomi con freddezza, disse che lo si sarebbe dovuto capire prima, che Cecilia era un'ingrata. Che sciocchezza, che meschinit: ma non volevo certo mettermi a discutere con suor Vincenza.
Uscendo dall'Istituto mi venne in mente che forse Cecilia mi avesse lasciato un biglietto presso la portinaia del casamento in cui aveva abitato con la signora Angela. Invece, anche l non trovai nulla. Per, quando la portinaia mi disse: No, io non ne so niente! le lessi in viso una specie di malizia, come di chi qualcosa sa, e vorrebbe dirlo, ma non lo dir se non dopo che si sar molto insistito per ottenere che parli. E io, naturalmente, insistetti.
Seppi dunque che il giorno prima che la signora Angela partisse, la Maria aveva condotto via Tea, portando con s anche i vestiti della bambina, e i giocattoli e i libri: e Tea se n'era andata tutta allegra, stringendosi al petto una scimmietta di stoffa, una di quelle scimmiette che suonano i piatti. Il giorno dopo la signora Angela, partendo, lasci le chiavi alla portinaia, dicendole di darle a Cecilia quando fosse venuta a ritirare le ultime valige. Passarono due o tre giorni, e Cecilia venne, accompagnata da un uomo, un autista di taxi a giudicare dal berretto; per la portinaia, dopo averle dato le chiavi, affacciandosi al portone non vide nessun taxi posteggiato lungo la via: dopo pochi minuti Cecilia e l'autista ridiscesero, e, riconsegnate le chiavi, Cecilia segui l'uomo lungo la strada, fino all'angolo, e poi scomparve dalla sua vista. L'uomo portava due valige e una borsa, Cecilia aveva l'aria di faticare a reggersi in piedi. Scomparsa, scomparsa cos: dietro l'angolo della strada.
Ma la portinaia sapeva ancora qualche altra cosa, e non tard molto a dare risposta alle sue proprie domande. C'era forse un taxi posteggiato dietro l'angolo? e in questo caso, perch stava dietro l'angolo? forse c'era nel taxi una persona che non desiderava esser vista: chi poteva essere questa persona?
S, dietro l'angolo c'era difatti un taxi: la donna lo seppe il giorno dopo, da una negoziante che aveva visto l'autista caricare le valige, e Cecilia salire sulla vettura. La negoziante aveva visto anche la persona che aveva aperto la portiera, per aiutare Cecilia a salire: una ragazza prosperosa, con un cappello bianco a tesa molle che le nascondeva il viso; una luce di capelli rossi di sotto il cappello gliel'aveva lasciata riconoscere per la bergamasca Maria.
Si poteva dunque pensare che Cecilia fosse andata ad abitare con Maria: ma dove? Orgogliosa del proprio fiuto poliziesco, la portinaia mi rifer che, a quanto aveva sentito dire, Maria aveva una sorella, che faceva la cameriera in un albergo; spesso aveva detto che, se avesse dovuto lasciare la signora Angela, sua sorella le avrebbe trovato un posto meglio pagato; era quindi probabile che Maria avesse trovato lavoro nel medesimo albergo in cui lavorava la sorella. E forse in quello stesso albergo aveva potuto trovare una stanza per Cecilia e Tea.
Era abbastanza verosimile che Cecilia avesse scelto una soluzione di questo genere: Maria era una ragazzona un po' volgare ma bonaria, e sinceramente affezionata alla piccola Tea; Cecilia, sola a Milano, era rimasta legata a una delle poche persone che conoscesse e che le avessero dimostrato sincera simpatia; forse aveva anche pensato che, se un giorno avesse dovuto di nuovo entrare in clinica, Tea all'albergo non sarebbe rimasta del tutto sola, ma affidata alla sorveglianza, affettuosa bench disordinata, di una ragazza che le voleva bene. A dir la verit non mi pareva una soluzione molto brillante, ma forse era soltanto provvisoria; e comunque Cecilia era cos indignata e disperata, l'ultima volta che l'avevo vista, che, stanca di suore e di santini e di bigotte, certo aveva accolto volentieri, e con un senso di liberazione, l'appoggio robusto della scanzonata Maria. S, era una storia abbastanza plausibile.
Rimanevano per due interrogativi: come avrebbe fatto Cecilia a pagare il conto dell'albergo? e ammesso che Maria per qualche tempo potesse prestarle del danaro, rimaneva pur sempre il secondo problema: di quale albergo si trattava?
La portinaia non lo sapeva: e con un risolino maligno mi inform che le era sempre sembrato strano che Maria tenesse tanto gelosamente nascosto il nome dell'albergo in cui lavorava sua sorella; e aggiunse qualche ironica insinuazione sul fatto che certamente aveva le sue buone ragioni, se per tanto tempo aveva cos bene conservato il segreto.
Come gi prima la suora, adesso anche la portinaia mostrava di presumere una sorta di colpevolezza in Cecilia: e mi guardava con occhio critico, come per scrutare se anch'io condividevo il biasimo, e l'ironia, o comunque la diffidenza verso un cos strano comportamento. Ma, come gi con suor Vincenza, io rimasi taciturna, rifiutando di giudicare, o anche soltanto di avanzare sospetti: sicch parvi complice di Cecilia, in quel misterioso errore che aveva compiuto, e di cui in realt nessuno sapeva la natura e la ragione.
Certo bisognava riconoscere che Cecilia era fuggita e si era nascosta, come una persona impaurita e come una persona colpevole: impaurita in modo impreciso, di una generica mancanza di piet, mancanza di solidariet, che aveva avvertito intorno a s, e pi ancora intorno a Tea: ma era proprio tanto impaurita da nascondersi anche da me? Questo mi era pi difficile crederlo: dopo il primo momento di indignazione, in cui aveva cercato la solitudine, era impossibile che tre settimane non fossero bastate a farle ricordare che in me avrebbe sempre trovato un'alleata. Perch dunque fuggiva anche me, si nascondeva anche a me? Questa domanda mi suggeriva una vaga e contrariata adesione a quelle ipotesi di colpevolezza: e solo a fatica, e ragionandoci, mi liberai di quelle suggestioni meschine: poich il comportamento di Cecilia era cos misterioso, non potevo permettermi n dei giudizi n delle ipotesi. Quando l'avessi rivista avrei fatto a lei quelle domande che ero tentata di fare a me stessa: e le risposte sarebbero state non potevo dubitarne logiche e attendibili.
Eppure, se c' una cosa che non riusciamo a vietarci,  proprio la tendenza a rimuginare sulle domande alle quali sappiamo di non potere in nessun modo rispondere: e cos per giorni e giorni seguitai a chiedermi che cosa potesse aver fatto Cecilia, e per quale ragione si fosse nascosta cos.
Da dieci mesi ormai la conoscevo, e riflettendo finii col comprendere che per dieci mesi, in realt, non avevo fatto che interrogarmi sul comportamento di Cecilia: si pu dire addirittura che per dieci mesi non avessi fatto che scrutarla e quasi spiarla; eppure quando mai, prima di adesso, il suo comportamento era stato misterioso? Anzi, sempre limpido e genuino: e tuttavia per mesi e mesi l'avevo scrutata con la sensazione che qualcosa di lei mi sfuggisse, che qualcosa di lei non mi fosse chiaro.
Ancora mi domando quanto ci fosse di vero e quanto di sbagliato in quella mia sensazione. Se quel ch'io volevo scoprire in Cecilia era il suo vero sentimento di fronte alla morte, la vera estensione della sua paura, i confini del suo terrore, allora era logico ch'io sentissi elusa la mia domanda, e fallace ogni risposta che inconsapevolmente, implicitamente, Cecilia mi dava: perch quella paura non  misurabile, quel terrore non ha confini. Proprio quell'elemento irrazionale e inafferrabile che esiste nel concetto di morte, proprio quello, probabilmente, aveva fatto nascere in me la sensazione che Cecilia stessa fosse irrazionale e inafferrabile. Era sincera e fervida, limpida e sorridente, e tuttavia misteriosa. Misteriosa nel suo rapporto con la morte, come tutti siamo, in questo rapporto, misteriosi a noi stessi. Nessuno di noi pu sapere di quanto terrore sarebbe capace se un giorno ascoltasse pronunciare, definita nel tempo, la propria condanna; nessuno di noi pu sapere come si comporterebbe in simile circostanza; e d'altronde siamo tutti cos irrazionali da comportarci come se la morte non esistesse, o come se fossimo segretamente convinti di una possibile deroga a questa legge assoluta, una possibile deroga che ci salver.  dunque in noi tutti, questa irrazionalit segreta: e per mesi e mesi io avevo spiato Cecilia per cogliere il suo proprio personale mistero, ed era pi che naturale che non vi riuscissi. L'avevo conosciuta ogni giorno pi, eppure ogni giorno sentivo che qualcosa di lei mi era di nuovo sfuggito; e il giorno dopo di nuovo l'ascoltavo, indagavo le sue parole confrontandole tra loro, coglievo di lei nuovi aspetti, e nuove caratteristiche: e di nuovo qualcosa si nascondeva come in un'ombra impenetrabile.
Era giusto che fosse cos, poich Cecilia era una persona, una persona viva: e quindi, nel nucleo pi intimo di se stessa, inconoscibile. Questa fuga ne era una prova. Cecilia si sottraeva all'indagine, e smentiva ogni previsione. In un passato recentissimo noi medici avevamo potuto dare un giudizio prognostico su di lei, e del breve futuro che le rimaneva eravamo certi che non avrebbe potuto contenere altro che le alternative di nuovi ricoveri sempre pi lunghi, nuove dimissioni sempre pi brevi; nuovi miglioramenti sempre pi lievi, nuovi peggioramenti sempre pi gravi; e cos via in una sinusoide lentamente smorzata, sino alla stasi finale. Ma fuga e mistero, segrete colpevolezze e segrete paure e ribellioni, tutto questo non lo avevamo previsto. Cecilia ci dimostrava ancora una volta, se mai lo avessimo dimenticato, che la creatura viva  pur sempre libera, e quindi imprevedibile.
Del tutto imprevedibile? soltanto imprevedibile? No, perch mi pareva di scorgere una certa coerenza fra tutto il suo carattere, cos come lo conoscevo, e la sua indignazione e la sua paura di fronte al ricatto che le veniva fatto attraverso Tea, e la sua decisione di fuggire. La coerenza e la imprevedibilit coesistono, nel comportamento delle creature libere e vive: e la linea dei loro atti  quasi come la linea di una melodia, in cui riconosciamo uno sviluppo che non poteva essere che quello che , e in nessun modo avrebbe potuto essere un altro; eppure di momento in momento la nostra attenzione  impegnata non come di fronte a uno sviluppo prevedibile, fatale (che ci annoierebbe soltanto) ma come di fronte a una continua libert di scelta. Solo dopo che la scelta  effettuata ci accorgiamo che il motivo che abbiamo ascoltato  stato una serie di scelte successive prevedibili, e quindi in qualche modo non libere, in qualche modo non scelte; ma finch il motivo viveva nell'aria intorno a noi e si sviluppava, noi seguivamo affascinati e sorpresi il succedersi delle sue libert.
Cos la fuga di Cecilia mi appariva insieme coerente e imprevedibile, logica eppure sorprendente: mi pareva il simbolo dei rapporti tra Cecilia e la morte con quel tanto di misterioso, di inafferrabile, che caratterizza tutti i rapporti tra il vivente e la morte e nello stesso tempo mi pareva il simbolo dei rapporti tra Cecilia e la vita: cos ambigua tra la coerenza e l'imprevedibilit, tra il logico determinismo e la selvaggia libert, cos ambigua e indefinibile come sono le creature vive, e tanto pi quanto pi sono autentiche, genuine.
Per molti giorni feci tra me queste riflessioni: e per molte sere rincasai impaziente, sperando di vedere la figuretta sottile e asimmetrica di Cecilia attendermi sulla soglia di casa.
Per qualche tempo rincasai impaziente tutte le sere; e poi mi accadde qualche volta di dimenticarmene, e di non cercare con gli occhi da lontano la nota figura; e poi questo mi accadde pi spesso; e infine non pensai pi a Cecilia se non qualche volta, sempre pi di rado; e sempre meno a lungo; e sempre meno intensamente; sinch giunsi a pensare solo, distrattamente, "ma chiss dov' andata a finire".


13.

E la primavera pass, torn l'estate.
Un mese fa, passando in un pomeriggio caldissimo e soffocante si era a met luglio in una viuzza del centro fra Brera e il Broletto, entrai in un bar a bere una bibita fresca.
Sulla porta del bar mi urt, entrando di corsa, una ragazzina in calzoncini e canottiera, coi ricci corti e neri, e feci fatica a riconoscere Tea. Le passai una mano tra i riccioli minuti e le feci sollevare il viso: ma s, era proprio Tea: trasformata in una negretta per il colorito abbronzato del volto e per i ricciolini da permanente che avevano sostituito le sue treccine sottili. Aveva un'aria allegra, vivace, un po' sfrontata: anche lei mi riconobbe, e si mostr assai lieta di rivedermi: Perch non ti siedi? mi disse, se stai qui con me ad aspettare, vedrai la mamma: deve venire a prendermi tra poco.
- Ma come, la mamma ti viene a prendere al bar? domandai, un po' sorpresa. S, perch? lo sa che vengo sempre qui -. Ci sedemmo a bere una coca-cola, in un angolo di quel piccolo bar deserto: probabilmente era frequentato da adulti nelle ore serali, ma in quelle ore pomeridiane i pochi clienti erano quasi soltanto ragazzetti.  vero che i ragazzi che vedevo avvicinarsi alla cassa erano tutti pi grandi e pi anziani di Tea, ma comunque erano giovanissimi anche loro. Mi regali qualcosa? fece Tea, cos mi compro i gettoni per le macchine. Quali macchine? Le macchine, rispose, con un gesto largo intorno a s; alla nostra sinistra era una lucente apparecchiatura che, introducendovi un gettone, riempiva e porgeva un cono gelato; e vicino a questa un pi modesto distributore di gomma americana; alla nostra destra un grande juke-box, con un'enorme tastiera illuminata; e infine si intravvedeva, nel retrobottega, il multicolore luccichio dei bigliardini.
Tea sacrific qualche gettone alle metalliche divinit pi vicine, e torn al tavolo. Mi inform che qualche volta andava anche a giocare sui bigliardini, ma solo se ce n'era qualcuno libero, e questo accadeva raramente perch c'erano sempre tanti ragazzi grandi, che non volevano essere disturbati dai piccoli. Ma lei aveva un amico grande, di nove anni, che certe volte la faceva giocare lo stesso, appunto perch era un amico; anzi, Forse siamo fidanzati, aggiunse, sempre leccando il cono gelato, e l'altro giorno abbiamo vinto parecchio. E che cosa avete vinto? Mi guard, sorpresa: Partite abbiamo vinto, naturalmente. Quando si vince una partita si pu giocare delle altre partite senza spendere gettoni -. Sembrava stupita della mia ignoranza; e io mi stupivo a mia volta di quei bigliardini sui quali si gioca nella speranza di vincere, e se si vince si pu giocare, ancora per vincere, ancora per giocare... Dava una specie di idea dell'infinito, un infinito vacuo e tintinnante: alquanto noioso in complesso, come del resto dev'essere, appunto, l'infinito.
Memore di una diversa Tea e di un tempo lontano, le chiesi sorridendo: Ma quando hai visto quelle macchine come hai fatto a capire che erano macchine per giocare? Ma la sua memoria era troppo breve: naturalmente non cap, e mi guard perplessa, come fossi un esemplare strano, e forse un po' stupido, del mondo adulto. Mangi quel che era rimasto del cono gelato biscotto vuoto, ormai e poi mi comunic:
- Adesso non mi chiamano pi Tea, adesso mi chiamano Teddy, con la coda, e segn nell'aria, con fierezza, la coda di una "y". Ma chi ti chiama cos?
- Le amiche della mamma. E lei non si chiama pi Cecilia, si chiama Sissy, anche lei con la coda. E chi sono queste amiche? - Amiche... stanno anche loro l con noi, e fece un gesto vago indicando la casa di fronte, o la strada, chiss. Mi accorsi in quel momento che Cecilia stava in piedi alle spalle di Tea, e le metteva le mani sulle spalle: Va', va' a giocare adesso, le disse Cecilia. E Tea corse fuori.
Ma era Cecilia davvero? Mi sedette di fronte, ci scrutammo: era lei e non era lei. La magrezza della sua figura asimmetrica fluttuava indistinta, e dunque non pi cos drammatica, in un larghissimo abito a sacco; la calvizie, che tanto aveva intristito la sua figura, era nascosta da un cappellino un po' strano, una specie di piattello portato in avanti sulla fronte, che calava un'ombra sul viso, e dietro il cappellino era fissato uno chignon artificiale; per di pi, dalla tesa del cappello scendeva sul viso una veletta, e solo la bocca ne emergeva scoperta: truccata di un improbabile rosa. Insomma, Cecilia c'era, ma era nascosta l dietro, dietro quell'apparenza anonima: di lei non vedevo che un pezzo di magro avambraccio, tra l'ampia cascata della manica e l'alto guanto di nailon semitrasparente; e quelle labbra di un rosa irreale. In quel vestito ad ampio sacco e accollatissimo, con il cappello, lo chignon, la veletta, i guanti, e le labbra truccate, migliaia di donne magre sarebbero sembrate eguali a lei, e lei sarebbe riuscita, tra loro, a mimetizzarsi completamente. Forse neppure la morte avrebbe saputo distinguerla, e sceglierla per s... cos mi venne fatto di pensare, poich io stessa non l'avevo riconosciuta: solo nel sentirla parlare m'ero resa conto all'improvviso che la donna ferma in piedi gi da qualche istante dinnanzi a me, con le mani sulla spalliera della sedia di Tea, era lei, era Cecilia. La voce, difatti, era sempre la stessa: sommessa, garbata, con la nitida pronuncia toscana e una carezzevole inflessione di mestizia.
Cecilia sedette, e per un po' rimanemmo in silenzio: io seguitavo a guardarla, sorpresa: e sotto la veletta grigia le labbra rosate si schiudevano in un pallido sorriso. Poich non vedevo gli occhi, non mi riusciva di intendere il significato di quel sorriso: se contentezza di vedermi, o forse ironia sulla mia evidente sorpresa; o forse ironia su di s. Poich non vedevo gli occhi, non vedevo Cecilia ma solo il suo involucro. Il mio sguardo scese dunque, da quel viso nascosto, enigmatico, a quell'abito fratesco, accollato, spiovente, di un pesante nailon rosa e grigio, rigido, a riflessi metallici; e in virt di quella rigidezza rimaneva discosto dalla magrezza del corpo, nascondendone la vista pietosa. Un rigido e lucente involucro da insetto. Io per cercavo con gli occhi le linee dell'esigua figura, chiedendomi quali fossero le vere condizioni di Cecilia sotto la leggera e lucente corazza; e poich la mia ricerca veniva ostacolata da quell'abito, proprio sull'abito fin per concentrarsi ancora di pi la mia attenzione, sinch mi resi conto che quell'abbigliamento era costato danaro. Forse non molto il nailon  una stoffa di buon mercato ma certo la stoffa e la fattura, e il cappello, e i guanti, tutti insieme, erano costati assai pi di quel che Cecilia avrebbe potuto spendere, sino a qualche mese prima. Le labbra rosate di Cecilia sorridevano lievemente: Forse immagino quel che pensa, disse, forse si domanda dove ho trovato il danaro... Oh no, risposi; certo il danaro glielo aveva mandato il marito, comunque erano altri i miei pensieri: in primo luogo mi rallegravo di vederla di cos buona cera (- Riesce a vedere che cera ho? chiese Cecilia con ironia) per mi rattristavo del fatto che non si fosse pi fatta viva con me, che non mi avesse neppure detto dove abitava e, a proposito, dove dunque abitava? In un albergo, qui vicino... fece un gesto vago. Ma perch non mi ha scritto? perch non  pi venuta a trovarmi? Le dir... le dir un'altra volta -. Invent che aveva premura di andar via, che aveva un appuntamento. Mi lasci almeno il suo indirizzo, mi dica in che albergo sta! Un'altra volta, un'altra volta... le telefono in settimana -. E gi si alzava dalla sedia: in quel movimento il vestito ader al corpo, svelando una magrezza inverosimile, e l'innaturale incavo del torace: ma Cecilia interruppe quel movimento di fuga per avvicinare il viso al mio (e allora vidi nuovamente il noto grigio pallore e gli occhi febbrili, dilatati) e mormorarmi all'orecchio: Se avr bisogno di qualcosa verr da lei -. Poi fu sulla porta, si volt solo un momento: e la vidi uscire dal bar e uscire dalla mia vita, per sempre con una spalla alta e l'altra bassa, il braccio inerte lungo il fianco, come a sostenere un invisibile peso.


14.

Ed ecco,  ritornata su Milano la stagione incantata del silenzio, di nuovo  mezz'agosto, e io non ho pi visto Cecilia. Di nuovo dormiamo accanto ai balconi, agitandoci in un sonno inquieto, noi pochi che siamo rimasti a Milano; di nuovo la citt alita un respiro greve di nafta, di asfalto caldo; le piazze sono deserte, le strade silenziose. Di nuovo, assente il misterioso regista, si abbassano le luci del grande teatro: come colpita da una sciagura, la citt tace abbandonata, dietro le imposte chiuse dei suoi casamenti. Sere incantate di mezz'agosto, in cui  possibile discernere, nell'inconsueto silenzio, rumori e voci che fino a ieri scomparivano nell'incessante rumore di fondo che accompagna, ogni anno pi intenso, i giorni e le notti di noi milanesi.
Persino il lontano ansimare di un treno ho sentito l'altra sera dal mio balcone: da un anno intero non lo sentivo pi; e ormai, per me, quel treno che ansima lontano  il segnale che la citt ha trovato, anche quest'anno, le sue giornate di riposo.
Stavo l sul balcone ad ascoltare l'ansito e il fischio di quel treno che corre non so dove, e porgevo l'orecchio ad altri rumori inconsueti: quando mai si sentono, dal mio appartamento, dal mio balcone, trilli di telefoni lontani?  quasi a fatica che, di solito, riesco a sentire il trillo del mio apparecchio. Eppure, ascoltando bene, l'altra sera mi riusciva di distinguere ogni tanto qualche telefono lontano: negli altri appartamenti della casa e persino cos mi pareva nelle altre case della stessa strada. O in altre strade, chiss? E quelli che squillano pi a lungo sono i telefoni delle case deserte: suonano e suonano, a intermittenza, dietro le imposte chiuse, nelle stanze in cui li immagino poltrone e divani sono coperti dalle fodere. Squillano a intermittenza, come segnali, poi tacciono, scoraggiati. Dopo un po', certe volte, riprendono a suonare; all'altro capo del filo, evidentemente, qualcuno non riesce a convincersi di essere rimasto solo nella citt deserta. Cos stavo sul balcone, stanca in un tramonto accaldato e stanco, accarezzando stanche fantasie. Ed ecco, mi chiam il mio telefono.
Era Cecilia. Pareva che dubitasse che avrei voluto aiutarla: ma come dunque poteva dubitarne? La sua voce era intrisa di lacrime, e me ne stupii: non l'avevo mai sentita piangere. Che le accadeva dunque? Mi spieg che tutti se n'erano andati in campagna, che a Milano non era rimasto nessuno... Lo sapevo: ma si doveva piangere per questo? Certo no: sentii la sua voce sorridere tra le lacrime. Ma non riusciva a trovare nessuno dei due o tre medici che le avevano dato, in passato, le ricette per la morfina: non sarebbero tornati che fra sei o sette giorni, e lei stava male e non poteva aspettare: le avrei dato io una ricetta? Ma certo: mi dicesse dove abitava, e le avrei portato la ricetta entro mezz'ora. No, no, non dovevo disturbarmi: avrebbe mandato qualcuno a prenderla, forse il fattorino dell'albergo. Ma io volevo vederla! Mi ringrazi affettuosamente, ma quella sera non voleva vedere nessuno. L'indomani sarebbe stata meglio forse, e mi avrebbe telefonato.
Dopo mezz'ora, suon il campanello della porta: andai ad aprire e per un attimo ebbi l'impressione di trovarmi di fronte a un'altra Cecilia, poi mi accorsi che si trattava di una ragazza vestita della medesima stoffa e nella medesima foggia. Evidentemente una delle sue "amiche"; probabilmente erano andate insieme a comprare la stoffa, erano andate insieme dalla sarta a scegliere il modello, ed era parsa loro divertente, come spesso alle ragazze, l'idea di vestirsi in modo eguale. Ma questa era una ragazza sana e forte, normale: era pettinata con capelli biondo-argento tirati a coda di cavallo sulla piccola testa rotonda, e l'insieme sarebbe stato gradevole, se non fosse stato per il trucco violento, per gli angoli degli occhi esageratamente allungati verso le tempie dalla matita verde, e per l'espressione troppo attenta, troppo curiosa. La ragazza mi scrutava, mentre compilavo la ricetta, con l'aria quasi incredula; e per un momento, nel consegnarle il foglio di carta, ebbi l'impressione di compiere un errore, e quasi di fare una cosa che lei stessa non si sarebbe aspettata. Troppo in fretta, con un sorriso soddisfatto, afferr il foglio e lo ripose nella borsa, troppo in fretta scapp via senza rispondere alle mie domande su Cecilia. Rimasi perplessa e preoccupata: ma mi rassicur, mezz'ora dopo, una seconda telefonata di Cecilia: aveva ricevuto la ricetta, mi ringraziava tanto, mi avrebbe telefonato l'indomani.
L'indomani invece (e cio ieri), press'a poco alla stessa ora suon di nuovo il campanello della porta: era la stessa ragazza, accompagnata da una donna pi anziana di lei, vestita con un abito a fiori scollato: grasse erano le braccia bianche, magro e scavato il viso, e anch'essa era truccata violentemente. La donna era dotata di una parlantina irruente e cordialissima, quasi affettuosa: parlando mi toccava, mi accarezzava le braccia, si avvicinava e mi faceva sentire il suo alito, profumato di caramelle; "Oh cara, oh cara" era il suo intercalare. Oh cara, oh cara, pensi che cosa  successo -; Cecilia aveva lasciato cadere la scatola e tutte le fiale si erano rotte; e non aveva avuto il coraggio di telefonarmi per chiedermi un'altra ricetta. Ma lei invece, con quella sua amica, aveva pensato che la dottoressa era tanto gentile (cos aveva sentito) e perci era venuta direttamente a dirmelo, perch si sa di persona  meglio, e certamente io "oh cara" adesso le avrei data un'altra ricetta per la povera Sissy.
- Mi vesto e vengo, risposi, vengo io stessa a fare un'iniezione a Cecilia. Ma perch si vuole disturbare? ah, ma forse non mi crede? La ragazza pi giovane propose: Possiamo telefonare da qui a Cecilia? Mi dia il numero, le dissi: ma lei era gi all'apparecchio, gi faceva ruotare il disco: Sissy? senti Sissy, la dottoressa... Le strappai di mano la cornetta: Cecilia? Cecilia, mi dica che cosa le  successo!
E la voce tremante di Cecilia:  successo... non le hanno detto le mie amiche? La prego, mi mandi un'altra ricetta! Voglio sentirlo da lei, quel che  successo! Ebbene, io... s,  vero, ho rotto le fiale, mi  caduta la scatola. La prego, la prego! Senta Cecilia, io adesso vado a comprare una scatola di fiale e vengo io stessa a farle l'iniezione. Mi dica dove abita, e vengo subito. Dottoressa, la prego... e poi pi nulla, segnale di occupato. Feci appena in tempo a vedere, al di sopra del mio capo, il gesto rapido della ragazza, che ritraeva la mano dopo avere premuto sul supporto per interrompere la telefonata: e mi guardava con un riso scaltro, sfacciato. Ma che fa? rifaccia immediatamente il numero! gridai: e lei accennava di no col capo, e mi guardava con quell'odioso sorriso, e la coda di cavallo oscillava dietro la sua nuca. La donna anziana pareva costernata che si potesse essere, io cos collerica, la ragazza cos sgarbata. Ah ma non si deve fare cos andiamo... ripeteva in modo indeterminato, non si capiva bene a chi. Se ne vadano, dissi, se ne vadano o chiamo la polizia -. Se ne andarono subito.
Appena ebbi chiuso la porta alle loro spalle, il telefono squill di nuovo: era ancora Cecilia, voleva sapere se avevo consegnato la ricetta alle sue amiche. E quando le ebbi detto di no, che non avrei pi consegnato nessuna ricetta a nessuno, che ero disposta soltanto a fare un'iniezione a lei, non rispose. Cecilia! Cecilia, mi ascolta? S, sono qui, rispose con voce flebile; e sentii che piangeva. Intenerita, le feci un'altra proposta: Se proprio non vuole darmi il suo indirizzo, vediamoci in qualche altro posto: a casa mia o in un bar, dove crede. L'iniezione gliela faccio, ma la ricetta non gliela d -. Di nuovo sentii che piangeva senza dir nulla: e nulla poteva essere pi straziante di quel pianto senza parole, di quel pianto che non vedevo. Cecilia! mi dica dov', mando una lettiga a prenderla, la faccio ricoverare in ospedale -. Ma gi non sentivo pi nulla, neppure il pianto: all'altro capo del filo una mano sconosciuta aveva premuto il supporto del ricevitore, troncando la comunicazione.
Povera Cecilia: da quel momento continuo a rammentare tutte le fasi della nostra amicizia, tutte le cose che ci siamo dette in quest'anno: sperando che anche Cecilia le rammenti, e che perci capisca che non posso fare nulla di diverso da quello che faccio: negarle aiuto per aiutarla.
Devo continuare a rifiutarle le ricette di morfina, cos i torbidi mercanti che le stanno vicino capiranno di non poter pi sfruttarla, si decideranno a liberarla, a mandarla in ospedale. Povera Cecilia, questa  dunque la soluzione che ha trovato, l'unica che poteva trovare: stretta fra le barriere cieche e maligne di un mondo difficile e ostile, l'unico soccorso che poteva trovare era quello dei mercanti di droga. Poveri piccoli mercanti da poco, che non hanno contatti col grande contrabbando, ma si contentano di carpire le ricette agli ammalati gravi. In quel mondo grigio e opaco, di squallidi alberghetti nel vecchio cuore della citt, in quel mondo dove il confine  indistinto tra la malattia e il vizio, l  prigioniera Cecilia, prigioniera del male proprio e del male degli altri. Tra lei e me sta la citt silenziosa, nel sospeso innaturale silenzio di mezz'agosto.
Durante la notte mi ha chiamata al telefono, pi volte: e ogni volta, alzando il ricevitore, sentivo quell'invisibile pianto senza parole. E ogni volta la conversazione si svolgeva allo stesso modo: sinch, verso l'alba, le dissi: Senta Cecilia, mi risponda soltanto si o no, non c' bisogno che mi dica il suo indirizzo, se ha paura che la sentano... vuole che avverta la polizia? mandi pure qualcuno a casa mia a prendere la ricetta, gli agenti lo pedineranno sino all'albergo, e lei sar libera di farsi portare all'ospedale: dica solo s o no! No, no! grid tra le lacrime. No! No!
Questo  accaduto all'alba di stamane, in un'ora fresca e sorridente: dalla finestra della cucina entrava una luce viola-rosata. Non mi alzo mai all'alba in estate, e perci non avevo quasi mai visto la mia casa illuminata da una luce tanto soave. Era l'ora pi fresca del giorno, e una tenue brezza agitava le tende: affacciata al balcone, vidi lo spettacolo di una Milano limpida e innocente; nel viale, sotto gli ippocastani, passavano solo le auto e le motoleggere dei gitanti: non molte, perch la maggior parte dei gitanti son partiti ieri sera. Nel cielo terso vedevo incidersi nette le guglie del Duomo, tra la Velasca e il Filarete; e all'altro capo del viale si intravvedevano lontani i ghiacciai del Rosa; ma poich c'era qualche banco di nebbia bassa, i ghiacciai parevano sospesi nel cielo, come se la montagna fosse stata accampata nell'aria, candido iceberg lontano, fluttuante alla deriva nel cielo azzurro. L'incanto non dur molto: pian piano, come se la citt svegliandosi respirasse, un alito di umidore sal ad appannare il cielo, la montagna svan, svanirono la Velasca e il Filarete; rimasero solo, fluttuanti al di sopra della nebbia leggera, lievi e lontane, quasi prossime anch'esse a svanire, le guglie del Duomo.
Certo siamo rimasti in pochi a lavorare, oggi, a Milano: i medici di guardia, i tramvieri, i telefonisti... e chi altro? e il tram era vuoto, quando stasera sono tornata dall'ospedale.
Ero sola, a un capo del lucido sedile, e al di sopra del giornale guardavo quel vuoto: perci vidi da lontano, prima di giungere alla fermata, le due donne che mi aspettavano, la ragazza e la donna anziana. Non suonai il campanello per chiedere che il tram si fermasse, e la vettura prosegu la corsa.
Scesi alla fermata successiva, e camminai rapidamente sino a casa, domandai alla portinaia se qualcuno mi aveva cercata: S, sono venute quelle due donne di ieri, ma quando hanno sentito che lei non c'era sono andate ad aspettarla alla fermata del tram: come mai non le ha viste? Son passata da un'altra parte: se tornano, dica che non sono in casa.
E adesso, eccomi qui a scrutare, a spiare:  da un anno esatto che scruto, che spio. Sto dietro le tapparelle quasi chiuse, seduta su uno sgabello, seminuda per il caldo. Vicino a me ho un pacchetto di sigarette e una bottiglia di coca-cola: col binocolo da teatro, tra le fessure della griglia socchiusa, guardo il marciapiede di fronte.
Le due donne sono l, passeggiano inquiete innanzi e indietro. Oggi hanno entrambe un ampio vestito chiuso in basso da una strana cintura, poco al di sopra delle ginocchia: e poich sono vestite ancora di rigido nailon, la stoffa dell'abito, larghissima sulle spalle e rattenuta sulle ginocchia, si dispone dietro i loro corpi in due grandi pieghe, convergenti verso il basso e aperte dietro le spalle. Sono quelle grandi pieghe rigide, semitrasparenti, di lucentezza quasi metallica, che, somigliando a elitre, danno alle due donne quell'aria di maligni insetti. La pi anziana, grossa, con la testa nera e riccia, vestita di un verde cangiante, pare un moscone; l'altra, sottile, con la piccola testa biondo-argento, vestita di un tenue grigio, pare una zanzara. Entrambe alzano il capo in direzione della mia finestra: forse si sentono guardate, forse sospettano l'inganno. Guardano in su, e vedo i loro grandi occhiali neri, enormi e rotondi, vitrei occhi d'insetto. Camminano su e gi, su sottili tacchi a spillo, le elitre vibrano alle loro spalle. Sono stanche e agitate, lo si vede: riuscire a sorprendermi, riuscire a estorcermi una ricetta dev'essere molto importante per loro, lo si capisce dall'aria preoccupata con cui ogni tanto confabulano, accostando quelle loro teste da insetto. Qualcuno le aspetta, qualcuno che ha imposto loro di non tornare senza la droga: anche loro son prigioniere di qualcuno o di qualcosa, laggi nella citt, sotto il cielo stanco e biancastro.
Mentre le scruto, non vista, ascolto: ecco l'ansito lontano del treno, ecco il fischio. Ecco un telefono che suona, chiss dove. Suona, suona, cinque volte, sei volte. A star bene attenti, ecco un altro telefono, ancora pi lontano, uno squillo impercettibile... un altro ancora. I pochi rimasti, nella citt deserta, stanno forse tutti chiamando qualcuno al telefono, cercando aiuto.
Dopo una breve discussione, la bionda alza ancora il capo verso di me, poi si decide a traversare la strada. Certamente vuol chiedere informazioni alla portinaia; poi la vedo riattraversare, scuotendo il capo verso l'amica in cenno di negazione.
E la bruna fa un gesto di impazienza, di dispetto.
Probabilmente sospettano l'inganno, poich vedo la bionda entrare nel vicino bar, che ha un telefono pubblico: e dopo qualche istante il mio telefono suona. Suona alcune volte, e io non rispondo. Poi il telefono tace, e la bionda riappare sulla porta del bar, e di nuovo scuote il capo, desolata. Di nuovo guardano in su, tutt'e due, con i tondi e grandi occhiali neri.
Riprendono, stanche, a passeggiare, con passo esitante sui tacchi troppo alti.
Suona di nuovo il telefono... loro sono l; posso dunque arrischiarmi a rispondere.  Cecilia: Sono da lei le mie amiche? La prego, dia loro una ricetta, una sola! Cecilia, mi ascolti: le sue amiche sono sul marciapiede di fronte, non sanno che io sono in casa, aspettano credendo di vedermi tornare. Basta che lei mi dica di s, Cecilia: se lei mi dice di si telefono alla polizia, le faccio seguire dagli agenti: quando la polizia verr al suo albergo lei sar libera, Cecilia, mi sente? sar libera, la far ricoverare in clinica... Cecilia, mi sente? mi dica di si! Ma dal ricevitore non mi giunge che un ostinato - No, no, no! e poi un pianto: ancora l'invisibile pianto senza parole. Cecilia, ci pensi, ci pensi bene! Ancora quel disperato, gridato "no!" e infine ancora quel pianto.
Torno al mio posto di osservazione, a scrutare i maligni insetti: ma il marciapiede  deserto, le due donne sono scomparse. Aspetto paziente: e il marciapiede rimane deserto. Ancora si chiamano e si rispondono, lontani, i trilli degli inutili telefoni, in un metallico dialogo di apparecchi: ma gli uomini non hanno dialogo, chi  chiamato non risponde, chi chiama non trova risposta.
E adesso anche il mio telefono suona di nuovo: chi sar? Cecilia o le streghe? La mia mano indugia incerta sul ricevitore. Suona cinque, sei volte: poi tace.

...
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...
FINE.